The Nightingale Recensione

Titolo originale: The Nightingale

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The Nightingale: la recensione del film di Jennifer Kent in concorso al Festival di Venezia 2018

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The Nightingale: la recensione del film di Jennifer Kent in concorso al Festival di Venezia 2018

Poteva essere tante cose, il nuovo film di Jennifer Kent, la regista australiana di Babadook, uno degli horror più (giustamente) acclamati degli ultimi anni. Poteva, e probabilmente voleva: essere un rape & revenge, un film che raccontava della violenza coloniale inglese in Australia, un dramma e un western, la saldatura nel passato delle rivendicazioni di due categorie umane vittime di discriminazione e violenza come donne e neri.
E invece è solo un pasticcio retorico.

Lasciamo anche perdere che la Kent racconti con una certa sottile gratuità le scene di violenza subite dalla sua protagonista, e dalla sua famiglia, all’inizio del film, quando viene stuprata una volta, e poi ancora una volta (e una volta ancora) davanti al marito inerme, prima che l’uomo e la loro bambina di pochi mesi vengano uccisi da un cattivo cattivissimo che nel corso del film ne combinerà mille altre, senza sfumature, fino all’eccesso.
In fondo è quello il punto di partenza della trama rape & revenge. Peccato però poi che la revenge non arrivi, non fino in fondo.

Diversamente da quanto fatto ad esempio da Coralie Fargeat nel recente Revenge, in questo The Nightingale la Kent sfuma la furia vendicatrice della sua eroina molto presto, rifiutando di renderla più feroce alla vista del primo sangue, diluendola al contrario in una reticenza che appare pavida e figlia della paura (del personaggio, ma forse non solo), più che di una diversa concezione, femminea e femminile, della giustizia. Annacquando il racconto perfino con alcune situazioni, tutte evidentemente volontarie, che spingono al sorriso in maniera un po' straniante.

Il passo indietro della sua protagonista serve alla regista per poter accumulare narrazione, andando però a scegliersi una miriade di luoghi comuni declinati pure male: da un lato lei e l’aborigeno che le fa da guida e del quale sarà costretta a scoprire e riconoscere l’umanità, e una sofferenza simile alla sua, senza però poi avere il coraggio di portare quel rapporto alle conseguenze estreme che avrebbero davvero rotto convenzioni (non fanno sesso, insomma); dall’altro al crudeltà senza mediazioni dei soldati, e dell’uomo bianco in generale, che però viene riscattata, da un personaggio anziano e positivo.

The Nightingale allora sembra perso, girare a vuoto, aggrapparsi alle cose più ovvie nella speranza di ritrovare equilibrio, e una chiusura che non c’è. Di Babadook rimangono solo vaghe reminiscenze horror negli incubi notturni della giovane e traumatizzata Clare: ma sono tracce e detriti quasi impalpabili.



Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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