The Lone Ranger - la recensione del film con Johnny Depp

01 luglio 2013
2.5 di 5

Questa volta Gore Verbinski e Jerry Bruckheimer giocano a carte scoperte.

The Lone Ranger - la recensione del film con Johnny Depp

Questa volta Gore Verbinski e Jerry Bruckheimer giocano a carte scoperte: perché il racconto di The Lone Ranger è quello fatto ad un bambino appassionato di cowboy da un Tonto anzianissimo e ridotto a fare la statua vivente in un museo del Vecchio West, una delle attrazioni di un luna park nella San Francisco del 1933.
Tutto è chiaro, quindi: l’idea del cinema come attrazione da parco dei divertimenti non è solo reiterata ma addirittura palesata; quella del pubblico come soggetto anagraficamente o emotivamente infantile, da affabulare con la nuova variante di una storia già nota, anche.

Come se così facendo si fossero sgravate la coscienza da un peso non eccessivo, ma comunque fastidioso, le anime creative dietro a The Lone Ranger possono così lasciarsi andare, e permettersi di far emergere una leggerezza di toni che contrasta con l’umorismo forzato e manierato, e quindi fastidioso, messo in mostra in alcuni dei loro lavori più recenti.
Il risultato è allora una sorta di ibrido tra lo stile de La maschera di Zorro e quello del primo Pirati dei Caraibi.

Nel corso di quasi due ore e mezza di film, si passano in rassegna praticamente tutti gli stereotipi del cinema western, dalla ferrovia agli indiani, dal giustiziere ai banditi, dai deserti ai canyon alle cittadine di frontiera, alternandoli nel corso di una narrazione che trova più di un’ispirazione estetica e narrativa nel Rango dello stesso Verbinski.
Esattamente come il bambino dell’incipit, lo spettatore osserva uno dopo l’altro ii tanti quadri a tema messi insieme dal regista e dai suoi sceneggiatori, si lascia interessare in misura maggiore o minore ma sempre nella consapevolezza di assistere ad una replica semplificata e standardizzata dei vari modelli, ad un’esperienza turistica e virtuale che poco ha a che vedere con quella polverosa e sanguigna del vero western.

A fare da trait d’union che rende coerente il tutto, ovviamente, è la coppia di protagonisti, il Lone Ranger e Tonto, che con una certa coerenza si è voluta tratteggiare coi modi e i toni del buddy movie: se Depp è come al solito macchiettistico e manierato nella sua interpretazione dell’indiano pazzo (ma poi non troppo), a sorprendere è invece Arnie Hammer, che con sprezzo del pericolo e senso dell’equilibrio accetta d’interpretare la parte di un fessacchiotto capace scoprire in sé insospettabili risorse. E se, e quando, i duetti tra i due funzionano, il merito è soprattutto di quest’ultimo.

Equilibrio più incerto, invece, hanno alcuni timidi tentativi di The Lone Ranger di dare un qualche spessore alla sua trama. Da certi punti di vista colpisce la sincerità con la quale Verbinski insiste sul tema di una nazione (gli Stati Uniti) nata sul sangue (quello indiano), con un paio di scene che non t’aspetti in un film di questo genere, mentre decisamente meno riusciti sono i velati riferimenti all’oggi nascosti sotto i discorsi sulla pacifica convivenza tra razze e culture e quello sulla corruzione di un sistema che mira al legame con la finanza: sia perché poco strutturati e, quindi, posticci, sia perché del tutto stonati nel corpo di un giocattolo cinematografico che avrebbe dovuto avere il coraggio di rinunciare ad ogni ambizione di quel tipo.

Terminato il giro di giostra, ci si scrolla di dosso senza troppa fatica il polverone spettacolare che The Lone Ranger ha sollevato per nascondere la sua carenza di sostanza. Con i tempi che corrono, le cose potevano andare peggio: ma Un altro biglietto è da escludersi. Come dice Tonto al Ranger quando sul finale si arrischia a manifestare troppa soddisfazione: “Non farlo mai più”: una volta basta e avanza.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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