The Lodgers: la recensione del gothic horror irlandese

07 marzo 2018
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L'opera seconda di Brian O'Malley si distacca dal cinema dell'orrore recente per riportarci a un cinema di atmosfere e inquietudine.

The Lodgers: la recensione del gothic horror irlandese

Nella campagna irlandese, dopo il primo conflitto mondiale e prima della guerra d'indipendenza, all'interno di una gigantesca casa in rovina vivono da soli due gemelli orfani da poco maggiorenni, Rachel e Edward, condannati da un peccato generazionale a non lasciarla mai, a non fare entrare estranei e ad essere a letto entro mezzanotte, quando le presenze soprannaturali che la posseggono ritornano ad abitarla. In una delle sue poche uscite nel villaggio, Rachel incontra un giovane reduce mutilato, trattato come un traditore dai bulli del paese, e tra loro nasce un'immediata attrazione. Il desiderio di libertà di Rachel, la reazione di Edward e l'arrivo dell'uomo che si occupa dei loro beni, venuto per convincerli a vendere la casa e sanare i debiti, scatena una serie di terribili conseguenze e gli spettrali proprietari si fanno avanti per chiedere agli inquilini il loro tributo di sangue.

Parte da lontano Brian O'Malley per questo suo secondo horror, in più di un senso: si rivolge al passato per l’ambientazione, i costumi, il genere e le atmosfere, a dimostrazione che non tutti i giovani registi guardano a modelli splatter o si piegano alle richieste attuali del mercato, e questa è una bella consolazione. Lo è anche il fatto che proviene dall'Irlanda, non esattamente nota per il cinema horror, anche se è un paese che ha salde radici piantate in territorio fantastico, patria di fate e folletti, protagonisti delle fiabe di Yeats e dei fantasy di Lord Dunsany, abitata dal fantasma di Canterville di Oscar Wilde e dai vampiri di Sheridan LeFanu e Bram Stoker.

È immersa nei luoghi e nella storia irlandese questa ghost-story psicanalitica, che invece di puntare su prevedibili jump-scares, sulla velocità dell'azione e sulle improvvise apparizione di mostri ghignanti alle spalle dei protagonisti, si affida alle affascinanti e malsane paludi dell'inconscio racchiuse nella dimora storica di Loftus Hall, che la leggenda popolare vuole stregata e che nella sua devastazione interiore (che corrisponde a quella dei suoi “inquilini”) racchiude un cuore nero, in connessione perenne con le acque del lago e con i suoi innaturali abitanti. Vedendo il film non stupisce che O'Malley citi tra i suoi horror contemporanei preferiti It Follows e The Witch, interessanti variazioni sul genere, moderni e antichi al tempo stesso: del primo The Lodgers ripropone, sia pure in vesti d'epoca, la semplicità dell’idea e il tema della “malattia”, del secondo ricorda soprattutto l'immagine finale, in una sorta di inversione degli elementi, dove il cielo diventa acqua.

La ribellione di Rachel e il suo desiderio di liberarsi dalla soffocante schiavitù dei peccati dei padri riflette il turbolento periodo vissuto dalla nazione, mentre l'attaccamento di Edward alle regole e alla casa in rovina è la disperata difesa di uno status quo costruito sulle sabbie mobili. L'elemento liquido che avvolge il film è un evidente simbolo del riaffiorare dell’inconscio e di una sessualità che proietta l'indivuduo all'esterno del nucleo famigliare, unico modo per affermare la propria alterità e sopravvivergli. Sulle fondamenta fragili e molto ambiziose della sceneggiatura di David Turpin, O' Malley riesce a costruire una storia a tratti intrigante grazie alla scelta delle inquadrature (non a caso è uno storyboard artist), alla cura del dettaglio e alla bella fotografia di Richard Kendrick, capace di comunicare la sensazione del gelo che entra nelle ossa. Un'impresa non da poco per un film a basso budget europeo. Ma se è apprezzabile il desiderio di tornare al passato (ai film della Hammer, di Mario Bava e Riccardo Freda, pur senza la passione e i colori che li animavano), non basta tutto l’amore del mondo per l’horror gotico per crearne uno davvero memorabile.

I giovani protagonisti, l’attrice anglo-spagnola Charlotte Vega e Bill Milner (il giovane Magneto di X-Men: L'inizio) non hanno avuto vita facile nell'addossarsi la quasi totalità del film e la prima convince sicuramente di più, anche in virtù del personaggio più interessante. Nella sua breve apparizione, David Bradley (se il nome non vi dice niente, pensatelo come Argus Gazza o Walder Frey) porta nel suo breve ruolo il fascino sinistro del caratterista vecchio stampo, presenza immancabile in questo genere di film. Quanto a O’Malley, che ci sembra un regista promettente, speriamo di rivederlo presto alle prese con una sceneggiatura un po' più solida e complessa, non necessariamente horror.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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