The International - la recensione del thriller con Clive Owen e Naomi Watts

17 marzo 2009
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Il nuovo film del tedesco Tom Tykwer, The International, appartiene a quella nuova tipologia di cinema contemporaneo che potremmo definire finance-thriller. Protagonisti, un sempre più stropicciato Clive Owen e una Naomi Watts sembre bellissima ma qui quasi fantasmatica nella sua presenza/assenza.

The International - la recensione del thriller con Clive Owen e Naomi Watts

The International - la recensione

A vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, al momento nascosto sotto il tappeto il problema del terrorismo, il grande spauracchio del thriller contemporaneo è un Sistema di potere globalizzato basato sul denaro. Lo dimostravano, ognuno a modo loro, film come Syriana e Michael Clayton, ed ora lo conferma anche The International. Al centro delle vicende del film di Tom Tykwer c’è infatti l’indagine congiunta condotta da un agente dell’Interpol (Clive Owen) e da un’assistente procuratore distrettuale di New York (Naomi Watts) sulle malefatte di una grande banca d’affari del Lussemburgo con l’hobby del commercio (legale ma a fini decisamente poco nobili) di armi. Una banca che non esita a lasciarsi alle spalle più di un cadavere per colpire le sue attività più losche.

Globale il problema, globale il cammino di chi vorrebbe risolverlo a colpi di giustizia: tanto per non far torto al suo titolo, The International parte a Berlino, si sposta in Francia, poi in Lussemburgo, poi negli Stati Uniti e infine in Turchia. Dovunque si posi, lo sguardo di Tykwer sui luoghi è a metà tra il turistico e il patinato: il regista appare tanto attratto dalle fredde e riflettenti architetture del potere, apparentemente intoccabili esternamente ed internamente, quanto dalle più basse e popolari realtà, da quelle strade o quelle piazze dove vengono lavati nel sangue i panni sporchi di chi si sente ed è al di sopra di ogni idea di legalità e giustizia.
Attraverso queste diverse geografie si muove un protagonista stazzonato che è una versione contemporaneizzata di quello interpretato da Owen nei Figli degli uomini, con la sola differenza di uno spiccato idealismo che, si capisce da subito, è destinato ad impattare bruscamente con la realtà delle cose. Accompagnato da una Naomi Watts tanto eterea da sembrare poco presente, nonostante l’impegno e il talento di base.

Tykwer mette intelligentemente da parte l’azione pura e semplice (con la significativa eccezione di un’estenuante sparatoria all’interno del Guggenheim di New York) e si concentra sulla tensione che scaturisce da un’indagine fatta di fatti, carte e parole. Ma il manico registico del tedesco non è quello dimostrato da Stephen Gaghan o da Tony Gilroy (per non parlare del Pollack di The Interpreter o dei Tre giorni del Condor, indirettamente citato), e The International non decolla mai veramente, nonostante qualche spunto indubbiamente interessante: colpa di sfilacciature sparse, di alcune eccessive ambizioni nei dialoghi, di un’ironia che a tratti volutamente punteggia la narrazione ma che in qualche punto appare fuori luogo o non perfettamente riuscita. Almeno, nel finale ci viene risparmiata la retorica eroistica, pur non avendo il coraggio di fare una scelta del tutto cupa e pessimista che sarebbe di sicuro stata più efficace.

Citazione d’obbligo per la parentesi italiana del film, a Milano, dove i protagonisti incontrano un Luca Barbareschi che interpreta un industriale delle armi che si è appena lanciato in una politica populista che chiaramente ricalca quella del nostro Presidente del consiglio e che è destinato ad un brutta fine. L’Italia di Tykwer fa sorridere, come lo era quella di Mission: Impossibile 3. Ma forse è inevitabile che sia così.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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