The Impossible - la recensione del film con Naomi Watts e Ewan McGregor

30 gennaio 2013
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Il film di Juan Antonio Bayona che racconta, per l’appunto, la “vera storia” di una famiglia di una famiglia separata e martoriata dallo tsunami che colpì le coste del sud est asiatico il 26 dicembre del 2004.

The Impossible - la recensione del film con Naomi Watts e Ewan McGregor

Sul fatto che, in tempi di crisi di idee come questi, la didascalia “tratto da una storia vera” sia sempre più frequente, e che soprattutto basti per giustificare l’esigenza narrativa di un racconto o di un film, ci sarebbe da discutere lungamente.
Un punto di partenza potrebbe essere proprio The Impossible, il film di Juan Antonio Bayona che racconta, per l’appunto, la “vera storia” di una famiglia di una famiglia separata e martoriata dallo tsunami che colpì le coste del sud est asiatico il 26 dicembre del 2004.

A vedere il film dello spagnolo, infatti, viene da chiedersi quale sia stata la spinta drammaturgica, l’urgenza narrativa che ha portato alla realizzazione di un film che non pare assumere particolare valore di testimonianza né tantomento ambire ad una valenza catartica rispetto ad una tragedia imprevedibile e inaffrontabile. L’unico evidente elemento di The Impossible, da questo punto di vista, è allora lo sfruttamento di dolore e sofferenza a scopo puramente spettacolare.
D’altronde, Bayona, che viene dal mondo della pubblicità e ha esordito al cinema col discreto horror The Orphanage, non fa mistero di certe sue ambizioni fin dalle primissime scene del film e fino a quella in cui la terribile onda si abbatte sulla costa thailandese teatro dell’azione.
Attraverso un uso tecnicamente encomiabile dell’immagine e del suono, The Impossible sembra quasi voler tentare l’operazione compiuta da Spielberg con Lo squalo, sostituendo alla minaccia del temibile predatore marino quella dello tsunami: ma a questo punto, anche assodato che Bayona non è Spielberg e che la sua mano è decisamente pesante, ogni legittima obiezione di tipo morale potrebbe altrettanto legittimamente suonare come moralista.

Quando però, avvenuto il disastro, The Impossible mette da parte tutto l’armamentario del genere per trasformarsi in doloroso drammone strappalacrime, il discorso cambia in maniera quasi drastica. Senza spostare di un grado la barra del timone registico, ben poco discutibile tecnicamente, e continuando a fotografare la storia con una patinatura non solo superficiale che, se giustificata nel pre-, lo è assai meno nel post-, Bayona indugia con fastidioso voyeurismo e con qualche grevità spettacolare sul dolore fisico ed emotivo dei suoi protagonisti, sulla devastazione, sul dramma di strutture e persone impreparate ad un’emergenza di queste proporzioni.
C’è una sola differenza tra il tanto contestato torture-porn di film come Hostel o Saw e la messa in scena della sofferenza di The Impossible, come ce n’è una sola tra il film di Bayona e certo sadismo vontrieriano additato dai medesimi benpensanti: la differenza dell’onestà intellettuale insita nell’abbracciare un genere o un pensiero strutturato e capace di veicolare significati non superficiali, mai mascherati dalla facile coperta dei “fatti realmente accaduti”.

Se quindi si può perdonare a Bayona un gusto più che vagamente melenso che limita l’impatto emozionale, e il fatto che la sua prevedibilità e la sua retorica lo rendano anche vagamente noioso, non gli si può al contrario concedere l’ostentazione compiaciuta e ricattatoria, ulteriormente pregiudicata dalla scontatezza del lieto fine. Per via delle esigenze del cinema, in prima battuta, e in seconda per quelle morali nei confronti delle ferite e dei lutti di una tragedia che, in The Impossible, sono sempre oscurati dalle estetizzazioni legate alla storia (“vera”, ma sullo schermo fintissima) della famiglia di Watts, McGregor e compagnia.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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