The Holdovers - Lezioni di vita: la recensione del film di Alexander Payne

04 dicembre 2023
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Dopo il deludente Downsizing, Payne torna con un film a suo modo irresistibile, che guarda alla New Hollywood senza però dimenticare di tenere un piede ben piantato nel presente. Tre interpreti in stato di grazia, una sceneggiatura impeccabile, una regia che si mette con intelligenza al loro servizio. Recensione di The Holdovers di Federico Gironi.

The Holdovers - Lezioni di vita: la recensione del film di Alexander Payne

Il logo della Universal che, in testa al film, appare nella sua versione anni Settanta non è solo un vezzo. Nemmeno, forse, solo una dichiarazione di intenti. È un segno di appartenenza. L’appartenenza a un mondo, a un pensiero, a un’idea di cinema che troppo spesso ci sembra estinta, ma che fortunatamente resiste ancora grazie a uno sparuto gruppo di irriducibili, come il villaggio di Asterix.
Solo che, qui, i romani sono la Hollywood contemporanea, mentre i Galli sono gli Alexander Payne di turno, uno che non solo ambienta il suo film negli anni Settanta, ma che lo tratta, in tutto e per tutto, esattamente come un film di quel periodo.
Cosa vuol dire, questo? Vuol dire che non è consapevole di vivere nel 2023? Tutt’altro.
Vuol dire che i tempi e i modi, gli stili e i sentimenti, sono quelli di una volta, ricercati e abbracciati, ma anche in qualche modo connotati da una morbida vibrazione sotterranea è tutta contemporanea, e in ogni caso capaci di funzionare benissimo nel presente.
Per capire meglio, basta pensare alla colonna sonora del film, esemplare da questo punto di vista: una colonna sonora che affianca Damien Jurado a Cat Stevens, che appaiono e suonano in una sincronia ideale e miracolosa.

Quella che Payne racconta in The Holdovers, è una storia che nasce da un copione non suo:  è di David Hemingson, uno che sorprendentemente viene dalla tv. Non accadeva dai tempi di Nebraska. Ma non importa.
Non è nemmeno una storia particolarmente nuova, o della quale non è facile prevedere gli esiti: è una storia che comincia quasi richiamando alla memoria The Breakfast Club di John Hughes, e che sai benissimo andrà a finire in quel modo lì, evocando le atmosfere dell’Attimo fuggente di Peter Weir e Tom Schulman. Senza gente che sale sul banco e declama Walt Whitman, ma a suo modo forse altrettanto toccante, perché è un modo più sobrio e impacciato. Più reale, meno lirico.

Tutto il film, a modo suo, è sobrio e impacciato.
Sobri e impacciati sono sicuramente i suoi protagonisti, specialmente i due maschili: il professore rigido e pendante di Paul Giamatti, erede del Nicholson di A proposito di Schmidt, reso vulnerabile dallo strabismo evidente, la passion per il Jim Beam e da disfunzione ghiandolare che rende particolarmente acre il suo odore corporeo, e lo studente sempre sospeso tra ortodossia e ribellione, vitalità e depressione, del sorprendente Dominic Sessa, fenomenale scoperta di Payne.
Sobria e impacciata, dal lutto per un figlio morto in Vietnam, anche la cuoca interpretata da Da'Vine Joy Randolph.
Tre personaggi scritti benissimo (e interpretati in maniera inappuntabile e intensa), costretti dal caso o da sé stessi a trascorrere le vacanze di Natale assieme, nell’esclusivo collegio maschile nei pressi di Boston destinato a formare i futuri studenti della Ivy League, e quindi la futura classe dirigente degli Stati Uniti d’America.
Ovvio e inevitabile che la convivenza tra i tre, e soprattutto tra il professore e lo studente, sarà destinata a scardinare equilibri sballati, a far saltare tappi e convenzioni, a svelare verità nascoste e spingere verso una nuova idea di sé e della propria vita.

Il segreto della riuscita di The Holdovers sta nei toni e nelle misure, nell’abilità con cui si evitano le trappole narrative più evidenti sterzando all’ultimo in direzioni sicuramente nuove quando non inaspettate, nella lenta e inesorabile costruzione di un mondo fisico e psicologico nel quale lo spettatore finisce col cadere con tutte e due le scarpe, e con la voglia di esplorarlo e comprenderlo al pari, e insieme, ai personaggi protagonisti.
Quello che Payne mette sullo schermo, attraverso le belle immagini fotografate da Eigil Bryld, che racconta un New England non dissimile dalla natìa Danimarca, è una vicenda di scoperta, di un viaggio che non è tanto fisico, verso Boston, ma più lungo, complesso e tortuoso dentro sé stessi.
Quel che Payne propone, insomma, è l’esperienza di un’introspezione, di una migliore e più sincera e completa conoscenza di sé stessi allo scopo ci conoscere meglio e più sinceramente il mondo.
Qualcosa che, in quest’era così superficiale e ipocritamente ipersensibile, non è affatto scontata.
Prima ancora, quel che Payne mette sullo schermo, è un film ben fatto e curato, privo di sciatterie e di ambizioni eccessive, dove a contare non sono gli effetti o la tecnica, la teoria o l’intelletto, ma l’elemento umano. Quello capace di agganciarsi al sentimento, dolce o amaro che sia, e farsi universale.
Se ha un limite, semmai, è proprio in questa sua natura impeccabile, candida, che a volte fa sorgere il sospetto di una programmaticità magari eccessiva ma anche, in fin dei conti, tranquillamente trascurabile.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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