The Habit of Beauty Recensione

Titolo originale: The Habit of Beauty

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The Habit of Beauty: recensione del film con Francesca Neri e Vincenzo Amato

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The Habit of Beauty: recensione del film con Francesca Neri e Vincenzo Amato

Comincia con la messa a fuoco di una macchina fotografica The Habit of Beauty di Mirko Pincelli, come a dire che la storia che quest’opera prima si accinge a raccontare è quella di una rinnovata presa di coscienza, di un bilancio forzato, di un riandare alle proprie origini che, proprio come il ritorno a casa auspicato e "praticato" dai personaggi de La tenerezza di Gianni Amelio, porta alla comprensione di sé e del senso che la nostra vita ha, oppure ha avuto.

Inizia con una "ridefinizione" della giusta distanza da cui osservare il mondo con il suo caotico viavai il debutto nella finzione di un regista che ha già girato tre documentari, ed è bene non dimenticarlo mai, perché se ci si vuole abbandonare a uno dei film italiani più interessati di questo primo assaggio di estate, bisogna evolvere insieme ai tre protagonisti e magari anche un po’ mettersi in gioco, per riconoscere che è arrivato il momento di toglierci la maschera che ci siamo calati sul viso e riabbracciare la nostra unicità, sia essa sinonimo di originalità o - al contrario - di piatta normalità.

In The Habit of Beauty - doloroso ma mai sentimentale o ricattatorio - a compiere questo viaggio verso il nucleo incandescente del proprio io sono tre individui colti in un momento di passaggio nei quali il regista mette le proprie passioni (la fotografia come "salvezza" in primis), il proprio disorientamento di fronte a un paese bello e moderno ma asettico e inospitale, e il proprio lavoro di filmmaker che ama osservare il reale. Due di loro sono uniti da un tragico passato (la morte di un figlio), il terzo invece ha davanti un futuro che sembra segnato ma che invece può ancora cambiare e che si ridefinisce dopo un’uscita dal carcere.

Ecco, che Ernesto, Elena e Ian siano destinati a "scambiarsi la pelle" è immediatamente chiaro e forse la conclusione del loro percorso intrecciato è scontata, ma il modo in cui procedono insieme o ognuno per conto proprio ha un che di magnetico per chi li osserva e probabilmente dipende dalla scrittura, dalla regia - una regia adulta, fatta di inquadrature dall’alto, pause liriche, primi piani alterati a campi lunghi - e dalle ambientazioni londinesi così diverse fra loro: quartieri poveri dove si ammassano le case in mattoni di un "proletariato" che rammenta Ken Loach da un lato, ultramoderne gallerie d’arte o piscine vuote che sono metafora di una tristezza glaciale che rasenta la paralisi emotiva dall’altro. Pincelli si muove agevolmente fra questi due milieu, che sono il basso e l’alto a cui si mescola il fotografo impersonato da Vincenzo Amato.

A questo attore che tanto ci piace il regista si affida molto, perché, al contrario della madre distrutta di Francesca Neri, nel suo personaggio non c’è mai troppa "gravitas". C’è, oltre a una matura capacità di accettazione, il gioco sobrio e malinconico di un attore che sa riempire i piccoli vuoti, fino a diventare il catalizzatore di un film che riesce anche raccontare una gioventù ahimè bruciata a cui solo il compiersi di un miracolo - che non è la Brexit - garantisce un’evoluzione, un miglioramento.

C’è tanta carne al fuoco, in The Habit of Beauty, che sembra non sentire il bisogno di far piangere e neppure di approfondire, quasi desiderasse suggerire e alludere più che insegnare o semplicemente commuovere un po’ invece che assestare un pugno nello stomaco. Eppure non dispiacciono le sue rarissime incursioni nel melò, allo stesso modo della rappresentazione dell’impotenza di fronte alla sofferenza e del tocco autoriale che non diventa mai esibizionismo. Ci appassiona anche che, come dice qualcuno, il film sia un racconto "scisso fra la frenesia di Londra e la tranquillità del Trentino" e che parli di figli di sangue e di figli acquisiti, quelli che si possono avere a qualsiasi età e che possono generare tanto calore umano. Calore, già, perché pur nella freddezza che emana dai palazzi dalle mille vetrate affacciati sul Tamigi, la temperatura di The Habit of Beauty si mantiene alta, e resta la convinzione di aver visto qualcosa di nuovo.

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