The Grey - la recensione del film con Liam Neeson

05 dicembre 2012
3.5 di 5
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Per quanto il suo trailer e la promozione pubblicitaria tentino di sostenere il contrario, The Grey non è un film d’azione.

The Grey - la recensione del film con Liam Neeson

Per quanto il suo trailer e la promozione pubblicitaria tentino di sostenere il contrario, The Grey non è un film d’azione. Non è il film in cui Liam Neeson lotta con un branco di lupi famelici a mani nude di fronte ad una macchina da presa sovraeccitata e ipercinetica.
Joe Carnahan sembra aver fatto tesoro degli errori commessi in due film poco riusciti (entrambi per ragioni diverse) come Smokin’ Aces e A-Team, ed è tornato alle radici, recuperando lo spirito e lo stile ruvidi e viscerali del suo ottimo esordio, Narc.
E, soprattutto, recuperando una modalità cinematografica capace di apprezzare le sospensioni e le dilatazioni e di costruirvi sopra una drammaturgia magari essenziale ma comunque radicata e ben riconoscibile.

Così, forte anche dell'interpretazione di un solido e ringhiante Neeson e della fotografia di Masanobu Takayanagi, che ritrae con efficiacia i paesaggi selvaggi ed inquietanti del Grande Nord, The Grey può permettersi il lusso di non essere né action puro né un tradizionale survival movie, quanto una sorta di horror/dramma metafisico ed esistenziale, nel quale la minaccia esterna è sempre entità astratta e fantasmatica che fa il paio con i demoni interiori dei protagonisti.
Lo schianto aereo che costringe Neeson & Co. ad una difficile lotta per la sopravvivenza è il primo passo metaforico di un film che trascende ambiziosamente lo specifico degli eventi che racconta. Già residuali ed emarginati, ognuno col suo carico passato sulle spalle, i protagonisti di The Grey finiscono in questo modo nel fondo dell'abisso in cui stavano sprofindando, e saranno costretti a tentare un’ardua risalita nella quale la sfida con la Natura selvaggia e aggressiva rispecchia quella con i propri demoni interiori.
Non è un caso che il branco degli uomini sopravvissuti viva di dinamiche tra maschi Alfa e non che fanno il paio con quelle dei lupi che gli danno la caccia, né che questi ultimi siano caratterizzati spesso e volentieri come entità astratte e fantasmatiche quando si nascondono nel buio o nei boschi e come creature ferine ai limiti del demoniaco quando si offrono allo sguardo dei protagonisti e degli spettatori.

Nei momenti in cui l’azione e la tensione deflagrano, Carnahan dimostra di saper muovere la macchina da presa al di là delle mode più superficiali, cercando un’efficacia sporca e analogica; ma paradossalmente riesce a dare il meglio di sé nelle lunghe sequenze di sospensione e di attesa, dove con poche parole e pochi gesti si delineano traiettorie narrative e psicologiche capaci di guardare tanto a La cosa quanto alla letteratura di Jack London.
E il finale confronto tra Neeson e il lupo nero e ancestrale che gli si para davanti esplicita definitivamente, ce ne fosse stato il bisogno, che il confronto vero che il protagonista deve affrontare è quello interiore con la Morte e il suo Desiderio, che la lotta reale è quella per una sopravvivenza che potrebbe significare recupero della Vita e del suo slancio anche spirituale.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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