The Fire Within: la recensione del documentario di Werner Herzog presentato al Trento Film Festival

03 maggio 2023
4.5 di 5

Un requiem per la coppia di vulcanologi che hanno dedicato la vita all'esplorazione e alla testimonianza visiva meravigliosa ipnotica e spaventosa delle eruzioni maggiori della fine del Novecento. La recensione del maestoso documentario di Werner Herzog The Fire Within.

The Fire Within: la recensione del documentario di Werner Herzog presentato al Trento Film Festival

Il fuoco è il primo prodotto di seduzione di massa dell’umanità, o poco ci manca. Il potere ipnotico dell’osservazione delle fiamme è connaturato al nostro stesso patrimonio genetico. È singolare, però, che due film, due documentari uno dopo l’altro vengano previsti e presentati nei festival internazionali con la stessa coppia di vulcanologi protagonisti, per l’appunto in cerca di esplosioni, magma e fiamme catastrofiche. Fire of Love di Sara Dosa, il primo, è stato candidato agli ultimi Oscar, mentre l’altro, The Fire Within di Werner Herzog - ovviamente il fuoco sempre nel titolo - arriva di nuovo a raccontare le gesta di Katia e Maurice Krafft, francesi di Alsazia. Se nel primo caso la vita, la storia d’amore e la carriera dei due erano raccontati brillantemente, ma in maniera piuttosto tradizionale, una vicenda così estrema di ostinazione ai limiti del patologico nei confronti di una natura estrema e tutt’altro che placida, nelle mani di Herzog non poteva che regalare un approccio unico.

Ormai inconfondibile nei suoi ultimi lavori documentari, torna qui la voce fuori campo, in un inglese con generosa spolverata di accento tedesco nonostante i quasi trentenni in California. Asciutta e con inattese stilettate ironiche, accompagna quella che fin da subito definisce non voler essere “un’altra estensiva biografia", ma di voler "celebrare la meraviglia dell’immaginario” dei coniugi. Un vero “requiem per Maurice e Katia Krafft” e come tale non può che partire dalla morte degli eroi. Mantiene la promessa (e le premesse), con una magistrale abilità nel veleggiare fra l’eterno e il mortale, affrontando il senso stesso della vita senza fronzoli che allontanino dall’obiettivo, ma con grande poeticità.

I Krafft li troviamo all’inizio (e poi alla fine) sulle pendici del Monte Uzen, nell’isola giapponese del Kyushu, dalle parti di Nagasaki. Nel 1991 si precipitarono lì, come sempre fra i primi quando un vulcano dava segni di ribellione, in attesa presto diventata quasi annoiata di una seria colata piroclastica. Katia avrebbe voluto lasciar perdere e inseguire un nuovo fenomeno naturale devastatore nelle Filippine, Maurice l’ebbe vinta e restarono lì, dove pochi giorni dopo morirono. Già altre volte si erano salvati per miracolo, come ci mostra Herzog in un’eruzione che devastò negli anni ’80 un’isola vulcanica dell’Indonesia. The Fire within (come nel caso di Fire of Love) è costituito praticamente solo da immagini girate dai vulcanologi, facenti parte di un archivio complessivo di oltre 200 ore. 

Come racconta Herzog, a un certo punto non sono più impegnati in camera in lavori scientifici, ma filmano altri che lo fanno. Diventano filmmaker, insomma, con lei che si dedica a registrare l’audio in maniera sempre più professionale e le immagini sono sempre più grandiose. “Un grande regista è nato”, insomma. Nessuno era riuscito a catturare con così tanta varietà la furia della natura, mai disgiunta da un’ipnotica bellezza assoluta che sconfina nello spirituale. Messe da requiem che Herzog ci propone accompagnate da musica classica del genere, ma anche da variazioni di canzoni del folklore locale relativo al luogo in cui ci troviamo.

The Fire Within è evidentemente il requiem a una coppia in preda a un’ossessione. Il fuoco si è impossessato di loro, tanto che, come dice Katia, “non posso vivere senza i vulcani”. A quel punto, quindi, non può (non possono) che rischiare tutto, sempre, per assecondare questa unica linfa vitale che, oltretutto, li rende anime gemelle. Non sono più vulcanologi ma “artisti che trasportano noi spettatori in un regno di strana bellezza”. Fino a che, un’altra grande cesura che conferma la loro natura ormai di autori, si susseguono immagini senza i vulcani, “spaghetti western trasformati in incubo”, come dei villaggi distrutti da un’eruzione e sommersi di cenere. Ogni tanto emerge Herzog che smette di essere narratore e dice: “Avrei fatto di tutto per essere loro compagno di viaggio”. Ne siamo assolutamente convinti. Pura vida. Intensa, cruda vissuta in pieno, come dicono i messicani. In una mirabile sintesi, dice poi, “Mi sembra abbiano girato un film sulla creazione in divenire senza aver avuto il tempo di montarlo”.

Un film straordinario, The Fire Within, che celebra il filmare come esigenza istintiva primordiale, racconta un mondo sempre vergine, che i vulcani hanno il superpotere di distruggere e ricreare in continuazione. Siamo catapultati in un altro mondo e un altro pianeta, attraverso le sagome dei coniugi Krafft, con le loro tute con maschera color argento. Sembrano usciti da un film di fantascienza degli anni 50. Immagini che vediamo solo nei sogni, quindi nel cinema.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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