The Fall Guy: la nostra recensione del film con Ryan Gosling e Emily Blunt

24 aprile 2024
3.5 di 5

David Leitch smonta il giocattolo del suo cinema, ci fa vedere il meccanismo, confessa che il re è nudo affinché nudo possa continuare a essere. Con romanticismo (anche nei confronti di quella cosa che chiamavamo cinema) e parecchio divertimento. La recensione di The Fall Guy di Federico Gironi.

The Fall Guy: la nostra recensione del film con Ryan Gosling e Emily Blunt

È possibile, nonché giusto, sostenere, senza timore di essere smentiti, che David Leitch giri sempre lo stesso film. Da questo punto di vista, per certi versi, può anche essere considerato un autore. Non importa in che contesto Leitch abbia raccontato le sue storie, e con che protagonisti: perché lo sappiamo tutti benissimo che nel cinema americano commerciale di oggi, quello da popcorn e sinapsi disattivate, il contesto e i protagonisti non contano nulla, sono poco più di macchie di colore, marionette che ogni tanto pronunciano qualche battuta inzuppata nel latte oramai tiepido dell’ironia post-moderna, considerata ancora, non si sa perché, un imperativo, un pilastro irrinunciabile.

Una storia di vendetta o una vicenda di spionaggio; un velocissimo treno giapponese o la Berlino dell’immediato post-guerra fredda; un cinecomic o lo spin-off di una saga miliardaria; di Charlize Theron, Dwayne Johnson o Brad Pitt: cambia mai davvero qualcosa? No, è la risposta ovvia, confermata da The Fall Guy. Non cambia nulla perché tutto è intercambiabile, laddove l’unica cosa a contare è l’immagine nella sua essenza più superficiale, il cinetismo nella sua essenza più pura e astratta. In altre parole: le botte, l’azione, le geometrie, le esplosioni, gli stunt.
Appunto.

Dato per appurato e condiviso tutto questo, facile dire e sostenere che The Fall Guy è il miglior film realizzato da Leitch fino a questo momento. Migliore perché il più sincero, il più sfacciato, il più scemo, il più divertito. Il film che dice a sé stesso di essere nudo, lui, e tutto quello che rappresenta: ovvero il cinema di Leitch, certo, che però è parte esemplare, punta dell’iceberg, sineddoche di tutto un (non) pensiero cinematografico. Di un discorso audiovisivo che punta idealmente a ridurre quanto più possibile la distanza esistente tra la sua idea di cinema, e i video diffusi dai social da Red Bull (modello comunque inarrivabile). Tutto è molto meta-. Deve esserlo. Condizione irrinunciabile per lo svelamento, per il racconto di sé, per mostrare la nudità del re affinché il re possa continuare a sventolare le sue pudenda con un sorriso malizioso, millantando abiti (storie, contesti, personaggi) inesistenti e irrilevanti.

C’è un film nel film, e il film nel film è una di quelle cose senza senso che potrebbe girare uno Zack Snyder, o un Leitch qualunque, chi lo sa. C’è un divo capriccioso del cinema d’azione che si vanta di fare i suoi stunt, di nome Tom Ryder, ma non si turbi nessuno, c’è pronta una battuta che scagiona il quasi omonimo Cruise. C’è Ryan Gosling che fa lo stunt-man, e che fa le stesse cose che faceva Brad Pitt in Bullet Train, ma in fondo pure in C’era una volta a Hollywood, e poi c’è Emily Blunt che fa la regista, capace pure di menare le mani alla bisogna, quasi come Theron.
C’è una trama, con un lato giallo e un lato rosa, ma conta davvero?

No. Non conta. Quel che conta è che The Fall Guy dichiari i volti intercambiabili (i cuori non ancora, vivaddio), l’azione sovrana, il backstage più importante di di quel che sta sullo schermo, se pure ancora esista e abbia senso, di fronte a questa deriva, la distinzione tra scena e retroscena. Importano bicipiti pompati e occhi azzurri, ciuffi ossigenati e sguardi pieni d’amore, giganteschi fuoristrada distrutti e motoscafi che esplodono. Conta (ancora) la retorica dell’uomo che non deve chiedere mai, ma che invece chiede e ha l’animo di un cucciolo. Contano l’ironia sbandierata, esibita, slabbrata, i dialoghi e i monologhi che non hanno più senso né confini.

Conta, soprattutto, il fatto che con The Fall Guy David Leitch si è divertito a smontare il giocattolo, a farci vedere il meccanismo, e a rimontare il tutto un po’ a casaccio, e a modo suo, tanto il giocattolo funziona lo stesso, con un po’ di fantasia e d’immaginazione. C’è del bel romanticismo, in tutto questo. E non parlo della storia d’amore. Parlo del cinema. O di come lo vogliamo chiamare. Romanticismo e, diciamolo pure, del bel divertimento.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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