The Bourne Identity: il primo film della saga d'spy-action che ha cambiato il volto del cinema d'azione contemporaneo

12 marzo 2020
4 di 5

Quello diretto da Doug Liman è ancora oggi un ottimo film, che ha ben poco da invidiare a quelli successivi di Paul Greengrass.

The Bourne Identity: il primo film della saga d'spy-action che ha cambiato il volto del cinema d'azione contemporaneo

Trovato in mare, privo di sensi, da un peschereccio italiano al largo di Marsiglia, Jason Bourne non sa chi sia. Non ha alcuna memoria di sé. Scopre il suo nome in una banca di Zurigo, assieme a numerosi passaporti e a un sacco di soldi in contanti, e una pistola, ma a parte questo, niente. Non capisce perché sotto la pelle del fianco avesse quella capsula col numero di conto di quella banca svizzera, né cosa significhi il contenuto della cassetta di sicurezza.
E però, di qualcosa Jason Bourne ha memoria: dei gesti, delle abitudini, delle reazioni.
Quando due poliziotti svizzeri lo avvicinano su una panchina, quasi come in trance li mette ko in due secondi per allontanarsi indisturbato. E quando, all’ambasciata americana, si trova in una situazione di pericolo e capisce di essere diventato un ricercato, non esita un secondo e senza pensarci nemmeno (appunto) mette in atto una sofisticata strategia d’evasione.
Poco dopo, in una stazione di servizio nella quale sta facendo una sosta assieme a Marie, la ragazza incontrata per caso a Zurigo che ha convinto, coi contanti, a portarlo con la sua Mini rossa d’epoca a Parigi, dove intende scoprire di più su di sé, Jason confessa alla ragazza tutte le cose che nota in maniera istintiva e inconsapevole, e che gli permettono di avere una perfetta conoscenza tattica del territorio in cui si trova. “Why would I know that?”, “come mai so tutto questo?”,le chiede e si chiede.

Sotto la trama spionistica - tratta da Robert Ludlum - e dietro le sequenze d’azione, il vero cuore tematico di The Bourne Identity, e il suo aspetto più intrigante e interessante sta tutto qui. In questi aspetti e in queste scene. Nella storia di un uomo “resettato”, amnesico, ma spinto ad agire da una memoria primordiale, da fattori istintuali situati a un livello profondo della sua struttura psicologica. Profondo e inestirpabile.
Volendo stare a specularci sopra, in tutto questo non c’è solo la memoria del gesto senza pensiero che è dietro a molta filosofia delle arti marziali, ma soprattutto il complesso equilibrio di ognuno di noi tra istinto, pulsione e ragione. E, magari, in parte anche quella complessissima rete di fattori psico-antropologici che stanno in fondo all’inconscio di ognuno di noi, e che ci rendono nel bene e nel male quelli che siamo, che delineano le nostra identità singolare e collettiva e che Jung chiavama “archetipi”.
Ma The Bourne Identity è comunque un film hollywoodiano, nato e pensato come un blockbuster, e non c’è da stupirsi se tutto questo complesso discorso è solo suggerito, e poi progressivamente messo da parte per far spazio all’azione pura e semplice. Anche se, nel finale e nelle scelte di Jason, il film sembra lanciare un messaggio interessante che riguarda proprio la possibilità del superamento dei limiti imposti dalla nostra stessa costruzione identitaria.

Quello che ha reso e rende ancora speciale The Bourne Identity, tra gli action a stelle e strisce, è la profonda attenzione all’elemento umano voluta dal regista Doug Liman e dallo sceneggiatore Tony Gilroy, che emerge sia nei tormenti del Jason di Matt Damon che nel suo rapporto con la Marie interpretata da Franka Potente. Quel rapporto che ha portato un giornalista americano di nome Chris Ryan a definire The Bourne Identity, con una brillante intuizione, “sostanzialmente un Prima dell’alba con combattimenti a mani nude”.
Non che l’azione girata da Liman non sia efficace, intendiamoci. Paul Greengrass, che l’ha sostituito dietro la macchina da presa nei successivi film della serie con Damon (The Bourne Supremacy, The Bourne Ultimatum e Jason Bourne), è stato sicuramente capace di superarlo da quello specifico punto di vista, ma questo non vuol dire che le scene di azione e di combattimento di The Bourne Identity non siano di altissimo livello. E se pure Greengrass, da un punto di vista puramente cine-cinetico, è stato più efficace, ha anche progressivamente smorzato nel personaggio di Bourne quell’umanità che lo contraddistingue in questo primo capitolo della saga che lo vede protagonista (basti pensare anche alle linee di dialogo che si andranno riducendo progressivamente).
Il Jason Bourne del film di Liman è senza dubbio un individuo fuori dall’ordinario, ma non sfiora nemmeno da lontano il super-omismo che invece emerge nei film successivi, e la trama del film abbraccia il canovaccio dello spionaggio tradizionale ben più di quando non avverrà nei film successivi. E, come sottolineato dallo stesso Tony Gilroy, rispecchia pienamente l’equilibrio tra azione e intimità che era uno degli obiettivi degli autori.

Che si apprezzino di più le evoluzioni ruvide e spettacolari del personaggio nei successivi due film di Greengrass, o si preferiscano i dilemmi e le alternanze di registri e tensione di questo di Liman, non c’è dubbio che The Bourne Identiy sia un film ancora notevole e attualissimo, ottimo primo capitolo di una serie che ha cambiato il volto dell’action statunitense contemporaneo. Tanto che lo 007 di Daniel Craig non sarebbe mai diventato quello che è diventato senza questi film.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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