The Bikeriders: la recensione del film di Jeff Nichols

12 giugno 2024
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Austin Butler, Tom Hardy e Jodie Comer sono bravissimi un questo film classico e crepuscolare che parla dell'America attraverso una delle sue tante sottoculture. La recensione di The Bikeriders di Federico Gironi.

The Bikeriders: la recensione del film di Jeff Nichols

The Bikeriders è un film che passa in prima battuta attraverso l’udito. Lo spettro acustico è quello che va dall’inconfondibile VLAM VLAM dei bicilindrici a V di 45° dei motori Harley-Davidson ai silenzi ostinati del Benny di Austin Butler. Nel mezzo, il tintinnare di infinite bottiglie di birra e il timbro alto e strascinato della Kathy di Jodie Comer, il borbottare aspro del Johnny di Tom Hardy e i click della macchina fotografica del Danny di Mike Faist, lo sbattere tra loro delle biglie da biliardo e il crepitare di qualcosa che brucia e va a fuoco, il caos ridanciano delle feste e lo smack di qualche cazzotto ben assestato.
Così, ascoltando, oltre che vedendo, si viene trascinati indietro nel tempo, all’epoca d’oro degli Onepercenters, delle bande di motociclisti che facevano della ribellione (all’autorità, alla legge, alla società, in fondo anche a loro stesse) il loro marchio di fabbrica. Ci si immerge del tutto in atmosfere che odorano di grasso e sigarette.

Jeff Nichols è partito dal libro fotografico di Danny Lyon che raccontava degli Outlaws MC, uno dei quattro club più importanti di quel mondo, qui ribattezzato Vandals. Sulla base di quel materiale, ha costruito un mondo dalla impressionante correttezza filologica, e un racconto visivo che abbraccia senza incertezze la pulizia formale e le regole grammaticali di un cinema orgogliosamente classico, lontano da ogni tentazione modaiola.
L’arco narrativo è quello dell’ascesa e della decadenza di un club, raccontato dal punto di vista di un personaggio tangenziale ai Vandals: la Kathy finita quasi per caso sposata con Benny, motociclista dedito solo al culto di una libertà anarcoide e individualista che riesce a sfiorare solo in sella alla sua moto. Benny, uno che non si toglie di dosso i colori dei Vandals per nessun motivo al mondo, ma che nei Vandals è comunque sempre volutamente lontano dal potere, con grande smacco di Johnny, il capo.
Johnny, uno che faceva il camionista, e che ha messo su i Vandals dopo aver visto Marlon Brando in Il selvaggio alla televisione (quanta ironia), e che sembra sempre un po’ schiacciato, squilibrato (anche mentalmente) dal peso di quel che i Vandals sono diventati. Specie dopo la fine degli anni Sessanta, quando tra reduci del Vietnam, tossici vari, e crescente disprezzo per ogni regola morale, il suo club si è andato trasformando in qualcosa di ingestibile, di impazzito, pronto a divorare il suo stesso genitore.

The Bikeriders non ha alcun tono shakespeariano nel suo racconto, come invece accadeva nell’altro grande prodotto audiovisivo che ha raccontato il mondo dei bikers, la serie tv Sons of Anarchy. E non ha nemmeno, con buona pace di quanti hanno tirato in ballo Quei bravi ragazzi, tutta la voglia che aveva Scorsese di raccontare un microcosmo in maniera anti-epica e antropologica. Certo, l’approccio è a tratti quasi documentaristico, ma il film di Nichols e intinto da capo a piedi in una malinconia, un senso di rimpianto, e un crepuscolarismo che, casomai, fanno venire in mente American Graffiti, o ancora di più Un mercoledì da leoni.
Anche perché, in qualche modo, The Bikeriders - come quasi sempre nel cinema di Nichols - è il racconto di due personaggi che hanno finito per cavalcare onde più grandi di loro, di un’amicizia che non ha retto l’impatto con la complessità della vita, di una sottocultura che pensava di potersi mettere di traverso rispetto alla storia e che ha visto la sua mutazione impazzita rovinare i suoi piani, e portarla all’autodistruzione.

Quello di Nichols è un film felicemente fuori moda anche nel suo essere così chiaramente maschile, e la mediazione della voce e dello sguardo di Kathy - la prima ad accorgersi, sulla sua stessa pelle, delle grandi trasformazioni e delle tragedie a venire - è chiaramente figlia della voglia di avere un controcanto di genere. Ma anche, e soprattutto, figlia di una chiara intenzione di Nichols: quello di non avere mai, nell’affresco della vita e delle imprese dei Vandals, un approccio troppo romantico e idealista, né al contrario con uno sguardo di giudizio o, peggio, di condanna.
La voce di Kathy, un piede nel mondo dei Vandals e uno in quello delle persone “normali”, è quello di una coscienza superiore, capace di osservare, descrivere e riportare, di avere una consapevolezza più profonda, un punto di vista più ampio. Quello che poi adotta Nichols, con quella distanza un po’ disillusa e dolente che gli permette, tanto per cambiare, di raccontare non solo una controcultura, ma la storia del paese che l’ha generata e poi soffocata.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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