The Apprentice: la recensione del film sull'ascesa a New York di Donald Trump presentato a Cannes

20 maggio 2024
2.5 di 5

Ali Abbasi, regista del premiato Holy Spider, cambia scenario completamente raccontando in The Apprentice i primi anni dell'ascesa dell'impero immobiliare a New York e Atlantic City di Donald Trump. La recensione da Cannes di Mauro Donzelli.

The Apprentice: la recensione del film sull'ascesa a New York di Donald Trump presentato a Cannes

L’anno elettorale americano è ormai da mesi segnato dalla paura, o dalla speranza mai sopita, di un ritorno in grande stile di Donald Trump fino alla Casa Bianca. Occasione ghiotta per cavalcarne la discussa popolarità in un film biografico, The Apprentice, che si concentra sugli anni della sua ascesa nel mondo del real estate, molto giovane, fino all’aristocrazia economica di New York. Siamo fra gli anni ’70 e ’80, e in questo viaggio fra potere e ambizione, in un contesto malandato e corrotto come quello della Manhattan di quegli anni, emerge la figura del figlio di un immobiliarista di un certo successo. Un salto di generazione in cui Donald vuole rilanciare l’eredità paterna orientandola verso una magniloquenza ben visibile, verrebbe da dire fallica e in linea con la sua visione machista del mondo, quello privato e quello pubblico. Per lui il Trump Village di papà Fred è una cosuccia, lui ambisce a svettare nel cielo a pochi passi da Central Park, proprio accanto all’iconico negozio di Tiffany, con la Trump Tower. La prima e l’originale, che “avrei potuto fare più alta delle Torri gemelle”, come dice il protagonista di questo biopic, diretto bizzarramente dall’iraniano danese Ali Abbasi, premiato a Cannes per un film decisamente lontano (e più riuscito) come Holy Spider.

Una sorta di instant movie, in cantiere da anni, ma partito quando sono risalite le azioni dell’ex presidente, è scritto dal giornalista Gabriel Sherman e interpretato da Sebastian Stan. Al suo fianco, in un ruolo cruciale, il sempre convincente Jeremy Strong di Succession. È infatti la relazione di un giovane Trump con l’avvocato Roy Cohan a rappresentare il cuore di questo The Apprentice, che fa riferimento all’apprendista in maniera letterale, ma anche riferendosi anche al programma televisivo condotto poi, per anni e con successo, dal futuro presidente degli Stati Uniti. È Cohn a fare da mentore nei salotti esclusivi e semi nascosti del potere, quelli in cui corruzione e decisioni politiche interagivano senza troppi problemi, in cui i destini dei nuovi arrivati venivano decisi dalla sua capacità di capire presto le regole del gioco. Roy Cohn in quelle stanze era a casa sua, già al servizio del senatore McCarthy e procuratore, fino al ruolo di facilitatore di questo novizio, newyorkese ma dei quartieri meno nobili, sia come nascita, nel Queens, sia come sviluppo dell’impresa del padre.

Una figura discussa, quella di Roy Cohn, che regala qualche scarica di energia a questa storia che ripercorre senza particolari guizzi, narrativi o di messa in scena, una parobola già abbondantemente conosciuta e analizzata, anche e soprattutto nei suoi ambiti più oscuri, durante la sua entrata in politica. Non sorprende vederlo sfruttare l’avvocato per i contatti, per poi imporre i suoi capricci e uno sconclusionato carisma verace, mettendosi narcisisticamente sempre in prima fila, perseguendo sogni di gloria e un’ossessione per le donne e in particolare per il seno. A particolare dalla sua prima moglie, Ivana, il cui rapporto è al centro di The Apprentice, con tanto di spietato e veloce disinteresse verso altre prede bionde, più giovani e in carne.

Un film che non smuove più di tanto, rientra nell’ordinario artigianato di una parabola di formazione di un impero costruito attraverso tradimenti e coltellate fratricide, di una persona capace di diventare maschera, anche con interventi chirurgici per scolpire una figura alternativamente riconosciuta come iconica o patetica. Una anti Camelot di un clan agli antipodi rispetto ai Kennedy, rispediti al mittente dallo stesso protagonista del film. Rimane un bigino sull’educazione all’istinto omicida dell’imprenditore, con anticipazioni su slogan futuri, Make America Great Again, e una carriera politica in quegli anni rifiutata con sdegno. Con regole di comportamento molto chiare, sempre in testa e poi seguite con coerenza: la verità esiste solo se è la tua, e mai ammettere una sconfitta, annunciarla sempre e comunque come una vittoria.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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