The Amazing Spider Man 2: Il potere di Electro Recensione

Titolo originale: The Amazing Spider-Man 2

Share

The Amazing Spider-Man 2: il potere di Electro - recensione del cinecomic di Marc Webb

- Google+
The Amazing Spider-Man 2: il potere di Electro - recensione del cinecomic di Marc Webb

“Time is Luck”, il tempo è fortuna, dice Gong Li in Miami Vice.
E la stessa identica frase viene ripetuta da Emma Stone, alias Gwen Stacy, in The Amazing Spider-Man 2: il potere di Electro.
E non è una coincidenza. Non la può essere perché esattamente così come il capolavoro di Michael Mann, questo secondo cinecomic di Marc Webb nasconde sotto la consueta trama action e spettacolare un cuore che è tutto sentimentale: The Amazing Spider-Man 2 non è il racconto della lotta dell’arrampicamuri contro Electro, ma di quella di Peter e Gwen contro gli ostacoli al loro amore. Una lotta contro il tempo e contro un destino che appare segnato.

La cosa non sorprende, perché sappiamo tutti benissimo che Webb non nasce come regista di blockbuster e che la scelta di una storyline delicata e cruciale come quella di Gwen Stacy per la nuova trilogia di Spider-Man spingeva inevitabilmente in quella direzione.
Lo dimostrava già il primo capitolo, di cui questo secondo ripropone quasi invariati pregi e difetti.
Perché, insomma, Webb non è Mann, e nel suo film la centralità sotterranea (ma non troppo) della linea sentimentale riesce ad emergere, ma non sempre con la necessaria prepotenza, penalizzata non tanto dallo schematismo prevedibile dei tira e molla della coppia, quando dall’affastellarsi roboante di tutto quello che la circonda e dovrebbe contenerla.

Bulimico nella durata (2 ore e 20 sono un po' troppe ) e in una scrittura ansiosa di contenere tutto ma proprio tutto, The Amazing Spider-Man 2 respira e trova il suo ritmo quando Spidey fa sfoggio d’ironia e quando Garfield e Stone riescono a ritagliarsi spazio per far reagire la loro ottima intesa, centrando l’obiettivo di rimanere una commedia romantica intervallata da un po’ d’azione scanzonatamentre è meno vitale laddove cerca di soddisfare le esigenze di spettacolare e teso blockbuster a colpi di lotte ed effetti speciali.

Il villain di turno, il fosforescente Electro di Jamie Foxx, è piuttosto canonico nella sua natura esplicitamente frankensteiniana, e lascia qualche interrogativo riguadante la sua resa estetica e spettacolare, mentre maggiore equilibrio e efficacia, in questo senso, arrivano invece grazie a Dane DeHaan, attore di talento e carisma cui Webb ha affidato il ruolo di Harry Osborn, velando così di preziosa malsanità tutte le linee narrative che esulano da quelle romantica e finendo inevitabilmente col contagiarla e portarla al suo tragico compimento.

Insomma: Marc Webb non è Michael Mann, questo l’abbiamo capito, e non è nemmeno regista di blockbuster.
Chissà se per il terzo e per lui conclusivo capitolo della serie, i produttori gli permetteranno di rinunciare al grosso delle assordanti sequenze alle quali il cinema di oggi pensa di non poter fare a meno, e di concentrasi di più su tutte quelle dinamiche umane che gli stanno a cuore e che rendono il suo film peculiare e personale nell'ambito di cinecomic non sempre dotati del giusto carattere.
Se lo facessero, sarebbe una scommessa vinta, che completerebbe il tentativo di questo The Amazing Spider-Man 2 di riportare ad una dimensione meno ipertrofica e più vicina alla pancia e al cuore di chi guarda un genere che, comunque, non puà fare a meno dello spettacolo.




Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
Lascia un Commento