Takeaway, la recensione: l'ultimo film di Libero De Rienzo, nel segno di una cupa dolenza

20 gennaio 2022
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Debutta nei cinema italiani l'opera seconda di fiction dello sceneggiatore e regista Renzo Carbonera, una storia che parla di doping ma anche di crisi, decadenza, oscurità. La recensione di Federico Gironi.

Takeaway, la recensione: l'ultimo film di Libero De Rienzo, nel segno di una cupa dolenza

Una storia di doping, certo.
Quella di Maria, giovane marciatrice, e del suo compagno Johnny, ex allenatore squalificato a vita per uno scandalo avvenuto anni prima. “L’unica morale è il podio, la medaglia,” dice lui, che non esita a riallacciare vecchi contatti e riesumare vecchie abitudini per far vincere la ragazza.
Lui, che è Libero De Rienzo, che purtroppo non c’è più. Lei, che è Carlotta Antonelli, che dalle periferie allegre e colorate di Bangla è qui finita nel grigiore spoglio del Terminillo, “la montagna dei romani” (ci andavo anche io da bambino), in crisi da una vita.
Già, perché quella di Takeaway non è mica solo una storia di doping: è una storia di crisi, di caduta, di decadenza. Di un vicolo cieco imboccato dal quale è difficilissimo uscire. Tutto, in Takeaway, parla di questo: le voci alla radio, il contesto, l’ambiente, i colori, i personaggi.
La crisi economica, la decadenza del paese (il paese Terminillo, ma pure il paese Italia), l’albergo dei genitori di Maria, che sognano un rilancio che forse non avverrà mai. C’è poco da stare allegri.

D’altronde, già col precedente Resina, lo sceneggiatore e regista Renzo Carbonera aveva dimostrato una certa consuetudine con la cupezza e il dolore, oltre che con le desolazioni montane.
Consuetudine, Carbonera, l’ha anche con l’essenzialità di un racconto ruvido e laconico, fatto di poche parole, molte azioni, grande cura per l’inquadratura, il colore, la fotografia.
La cura formale di Takeaway è innegabile, quella per la recitazione anche. Recitazione che passa per il corpo, prima che per le parole. Il corpo sofferente di Maria, quello rigido dei suoi genitori, quello pesante e dolente di Johnny.
Il Johnny di Libero De Rienzo: con la sua Lada Niva e il suo barbone brizzolato, i capelli sporchi e i pantaloni della tuta, che è il cuore oscuro di tutto il racconto, l’abisso della sua disperazione, resa da De Rienzo con un’intensità tutta naturale, senza una forzatura, senza sbavature o maniere.
Dolorosa coincidenza che questo personaggio e questo film, nella loro dolenza e nella loro cupezza, siano l’ultimo lascito di uno che se n’è andato troppo presto.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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