Sulla strada di casa, la recensione del film di Emiliano Corapi con Vinicio Marchioni

01 febbraio 2012
3 di 5

Muovendosi fra il noir e il road movie, l'esordiente Emiliano Corapi racconta la débacle di due personaggi braccati dalla vita, di due uomini normali che a un certo punto decidono di rompere le regole



Ci sono molti modi per raccontare la paura - e i registi di thriller e di horror lo sanno benissismo. E ci sono molte paure da raccontare. La paura del mostro, dell'altro da noi. La paura del futuro e la paura di se stessi, e cioè del proprio lato oscuro che minaccia di prendere il sopravvento.
E poi c'è la paura che nasce dal senso di inadeguatezza di fronte a una scelta rischiosa e dalla consapevolezza che, una volta intrapresa la strada sbagliata, la dèbacle sarà definitiva. E' esattamente questo il sentimento che muove, agita e anima i protagonisti di Sulla strada di casa, due everyman confusi e distragraziati che nessun deus ex machina, nessuna invenzione del secolo, nessun angelo custode, nessun gesto di solidarietà che arriva dall'esterno potranno strappare dalla morsa della grande crisi economica. Due padri di famiglia - uno tormentato da un rapporto irrisolto con il figlio, l'altro dolente nella sua infantile ingenuità - che accettano di fare i corrieri per un'organizzazione criminale.
A sorpresa, l'esordiente Emiliano Corapi sceglie di raccontarli, o meglio di mostrarli, "in media res", senza spiegare le motivazioni del loro passo falso, senza narrare un "prima" o un "dopo".
Pedinandoli con la camera a mano, sembra quasi che li sorprenda, che se li ritrovi davanti casualmente, ed è giusto che sia così, perché così va la vita e perché così vanno gli incontri con le persone, che non rivelano mai tutto di loro stesse nemmeno a chi le conosce da sempre e che quando se ne vanno, si lasciano dietro un mistero.
Questo approccio ai personaggi e alla narrazione, supportato da scelte stilistiche che scartano ogni virtuosismo, non può che spingere il film in una direzione di realismo e di verità, privandolo - felicemente - di quell'autocompiacimento e di quell'inutile citazionismo che spesso guasta il nostro cinema di genere. Alludendo al tema del doppio (i protagonisti potrebbero essere lo stesso uomo), Corapi non va a scomodare Hitchcock, non si sogna di ammiccare alle "strade perdute" di David Lynch quando indugia sulla riga di mezzeria di un'autostrada italiana. Sarebbe troppo facile.
E inutile, visto che il fulcro del racconto sono Alberto e Sergio, così ben interpretati da Vinicio Marchioni e Daniele Liotti. Ma c'è un altro tema, forse più importante e scomodo, che il regista ha voluto affrontare, sempre senza didascalismi. Con un budget ridottissimo, nessun effetto speciale e una piccola troupe, è riuscito nella grandiosa impresa di rivelarci per immagini che il nostro non è "'o paese d''o sole", che ci hanno raccontato tante belle favole, che non è vero che se studiamo, ci impegnamo e formiamo una famiglia modello la nostra vita andrà necessariamente bene. Che non esistono nè una giustizia divina né una qualche forma di meritocrazia. Che soprattutto (e qui citiamo Vinicio Marchioni) non esistono eroi. Gli eroi (e le catarsi) lasciamoli a certo cinema americano, terribilmente bravo quando si tratta di esaltare i cosiddetti "winners".




  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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