StreetDance 3D - la recensione del film

15 marzo 2011
2 di 5

L'operazione è smaccatamente esplicita ma nulla cialtrona. Sceneggiatura nulla più che funzionale, così come la regia. Attori che vengono impiegati principalmente per quello che sanno fare meglio: ballare. Tutto sommato un film confezionato con lucidità, che offre uno spettacolo preconfezionato ma efficace, almeno per il pubblico di ri...

StreetDance 3D - la recensione del film

StreetDance 3D - la recensione

Ottenere il massimo risultato col minimo sforzo, sia produttivo che artistico. Questo sembra essere riuscito a fare StreetDance 3D, teen-movie danzereccio che nel suo paese d'origine, il Regno Unito, si è rivelato la sorpresa del 2010 incassando più di 17 milioni di sterline.
Minimo sforzo non significa comunque per forza un prodotto sciatto, in questo caso anzi sembra essere il contrario: il film, pur nell'abbastanza evidente limite di budget con cui è stato realizzato, il film regala al pubblico più giovane esattamente quello che richiede, e lo fa con una discreta attenzione alla definizione degli ambienti costruiti con gusto scenografico. Certo ci si trova davvero di fronte a un canovaccio di storia che pochissimo si discosta da un episodio di un qualsiasi telefilm giovanile, e non dei migliori. L'intenzione esplicita è quella di ricalcare un prodotto commerciale dal budget contenuto e dal successo economico garantito come ad esempio la serie di Step Up. Quindi sceneggiatura spicciola e convenzionale, psicologie ridotte ad una (purtroppo) funzionale monodimensionalità, attori sconosciuti ma perfetti perché gli spettatori possano rivedersi nel loro essere “ordinary” teenagers o poco più.

Insomma, in StreetDance 3D si deve principalmente elargire buoni sentimenti e soprattutto ballare. E bisogna dire che quando i ragazzi ballano dimostrano di saperlo fare bene, lo spettacolo è più che dignitoso, accompagnato da un montaggio capace di sottolineare la loro performance senza essere inutilmente invasivo e isterico. La regia di Max Giwa e Dania Pasquini si limita a confezionare il lavoro di setting e le coreografie senza particolari guizzi ma senza neppure essere sciatta e affossare conseguentemente il lavoro fatto i pre-produzione per costruire questo film.

Prodotto totalmente standardizzato per andare incontro ai gusti più popolari di una fascia d'età che a stento arriva a toccare i maggiorenni, StreetDance 3D non è però peggiore della stragrande maggioranza dei lungometraggi appartenenti a questa categoria. Anzi, a voler andare oltre le qualità tecniche del film (in cui non è compreso un 3D come al solito abusato) e analizzare un minimo il suo contenuto, si trova anche un “messaggio” magari anche schematico ma comunque intelligente: la crew antagonista dei personaggi principali viene raffigurata come un gruppo monolitico, chiuso a livello razziale, che adotta divise e rigore gerarchico per eccellere.
Il Breaking Point, la crew nata dalla fusione di streetdancers e ballerini classici, rappresenta invece un microcosmo aperto, multiculturale e multirazziale in cui il confronto diventa (ovviamente) possibilità di conoscersi e capirsi meglio. Discorso retorico, per carità, ma almeno presente.



  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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