Storie sospese: recensione del film con Marco Giallini ispirato alla frana di Ripoli

27 agosto 2015
2.5 di 5
3

Stefano Chiantini racconta con stile libero la storia di un rocciatore solitario e di un grande appalto.

Storie sospese: recensione del film con Marco Giallini ispirato alla frana di Ripoli

Sono cowboy individualisti, anarchici, consumati e sottilmente malinconici i rocciatori di Storie sospese .
Insospettati eroi armati di chiodi, corde e moschettoni, hanno anche l'anima, la testa e la coscienza in bilico, come se fossero eternamente divisi fra la natura e la civiltà, fra le regole condivise di nuclei sociali e familiari e le sfide in solitaria lanciate a impervie e indomabili pareti.


Che si riferiscano a uomini realmente esistiti o esistenti, o che siano soltanto frutto di fantasia, questi personaggi così sfuggenti sono la spinta forte del nuovo film di Stefano Chiantini, che, come un poeta romantico trascinato dal sacro fuoco dell’ispirazione, non ha ignorato la morsa che gli stringeva lo stomaco, obbligandolo a inventare una storia e ad andare sul set.

Forse è stata proprio questa urgenza creativa in forma di sensazione fisisca a spingerlo ad ascoltare il proprio cuore e a raccontare in maniera libera, lasciando che la storia di Thomas e della sua fuga temporanea dalle responsabilità si confondesse con una reinvenzione della battaglia degli abitanti del borgo appenninico di Ripoli, costretti ad abbandonare le loro dimore a causa delle rovinose conseguenze dello scavo di una galleria.

Senza preoccuparsi del rigore un po' tronfio e della rigida correttezza tipici di un film di denuncia, l'autore de L'amore non basta ha voluto insomma muoversi tra reportage e character-study e ha lavorato di sottrazione, tanto nell'esposizione dei suoi contenuti quanto nel lavoro con i suoi attori. E’ partito dalle montagne che tanto ama scegliendo un approccio quasi da documentario che ha felicemente contaminato la tragedia che innesca il cambiamento nel protagonista, rappresentata peraltro con grande sobrietà. Ha poi pedinato il suo cavaliere solitario tanto simile a Clint Eastwood (complici l’espressione accigliata e l’aria sgualcita di Marco Giallini), facendo lentamente entrare nel suo cerchio di isolamento una piccola comunità coraggiosa ma in ultima analisi impotente, simbolo di un’Italia atterrita di fronte al terribile "Dio-edilizia". Infine, non ha celebrato niente e nessuno.


Non c'è prevedibilità tematica e stilistica dunque in Storie sospese, che però, nonostante Maya Sansa e Giorgio Colangeli, e nonostante l’importanza del messaggio lanciato a chi ha occhi per guardare e orecchie per intendere, viene fiaccato proprio da questa sua varietà o indecisione. A penalizzarlo, inoltre, sono alcune brevi sequenze in stile "camera e cucina" e una ricerca di essenzialità nei dialoghi che, a forza di levare e semplificare, toglie ai personaggi secondari l'opportunità di lasciare in qualche modo il segno.

Che tutto ciò dipenda dall'incursione nell’attualità è cosa che non sappiamo dire, certo è che con Isole – sempre lavorando di sottrazione e lasciandosi andare al potere evocativo dei luoghi – Chiantini si era fatto portavoce di un cinema molto più potente, che riposava sulle intense suggestioni di un universo quasi primordiale e segnato dalle crepe dell’ineluttabilità.


Anche qui si parla di crepe, crepe dell’anima e crepe della nostra brutta società. Ma è come se il pubblico e il privato non riuscissero a comunicare fra loro, a cascare dolcemente l'uno dentro l'altro. Restano momenti di solida regia e di sacrosanto impegno civile, insieme all'impressione che, scegliendo di privilegiare una strada, il film avrebbe potuto spingersi più lontano e soprattutto più a fondo.

 



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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