Storia di una ladra di libri Recensione

Titolo originale: The Book Thief

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Storia di una ladra di libri - la recensione del film

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Storia di una ladra di libri - la recensione del film

Appiccicare a Storia di una ladra di libri l'etichetta di terzo e più superficiale film sull'Olocausto di questo inizio 2014 significherebbe collocarlo all'interno di una competizione inutile, misconoscendone sia il messaggio che il significato più profondo.
Come il bel libro di Markus Zusak da cui è tratto e che ha venduto in tutto il mondo oltre sette milioni di copie, anche il film si rivolge principalmente a un pubblico di young adults, facendo della sua visione semplificata degli orrori della Germania del Fürher la sua arma migliore, il veicolo ottimale per farsi strada fra le menti inconsapevoli di chi della Shoah e del nazismo ne sa poco o niente.

Il secondo film da regista dell'inglese doc Brian Percival, a cui dobbiamo alcuni episodi di Downton Abbey, contiene anche un importante invito a lasciarsi andare all'incanto di un libro, ad assaporarne tutte le parole nella speranza di poterle combinare e riutilizzare nel futuro in un eventuale professione di scrittura.
Infine, raccontando un'abominevole dittatura affermatasi soprattutto grazie alla retorica di discorsi infarciti di superomismo, il film stimola a prestare il massimo ascolto a ciò che ci viene detto e dato per buono, soprattutto da chi ha la presunzione di indicare le strade giuste da percorrere.

Si perde invece, ed è un gran peccato, l'elemento per così dire rivoluzionario del romanzo di partenza: la scelta della morte come io narrante.
Capitolo dopo capitolo, il "triste mietitore" assurge da una parte a voce critica della storia, dall'altra diventa  una specie di mamma chioccia che chiama a sè i suoi piccoli quando le atrocità della guerra e dei campi di sterminio diventano insostenibili.
Limitandosi a trasformarla in una voce fuori campo che interviene solo all'inizio e alla fine della lunga avventura terrena della protagonista, Percival e lo sceneggiatore Michael Petroni non si accorgono di privare la storia della sua anima, della colla che lega tutte le tessere del mosaico.
L'effetto è quello di un racconto spaesato e un po' disarticolato in cui i personaggi sarebbero delle semplici figurine se a dare loro spessore non intervenissero cavalli di razza come Emily Watson e Geoffrey Rush.

Anche Sophie Nélisse, con la sua grazia mista a grinta, è brava, peccato che l'autenticità e la profondità di queste interpretazioni non trovino un corrispettivo nel realismo delle scenografie, in particolare della Himmelstrasse in cui ogni cosa si svolge, che sebbene ricostruita nei prestigiosi studi berlinesi di Babelsberg ha un'aria posticcia.
Ma, come succede in una pièce teatrale, non è detto che la verità di una storia debba trovarsi nell'esatta ricostruzione di un'ambiente e di un'epoca.
A volte basta una parete di fondo malamente dipinta a rendere sincera una vicenda umana.
Di sincerità Storia di una ladra di libri ne ha molta, basta solo saperla cogliere pur nella discontinuità di toni.
 

 



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