STILL: la storia di Michael J. Fox, la recensione del film documentario

15 maggio 2023
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È disponibile in streaming su Apple TV+ il film diretto da Davis Guggenheim che racconta la carriera e la malattia dell'attore di Ritorno al futuro e di tanti altri successi degli anni Ottanta e Novanta. Federico Gironi l'ha visto per noi, e queste sono le sue impressioni.

STILL: la storia di Michael J. Fox, la recensione del film documentario

A un certo punto, mentre vedevo STILL, sul divano di casa, sono scoppiato sonoramente a ridere come non mi capitava da un po’ di fronte a un film.
Forse non avrei dovuto, almeno secondo certi canoni vigenti, ma sono uno di quelli ancora convinti che nella vita si possa ridere di tutto, e di tutti (credo l’abbia detto anche Valerio Lundini qualche giorno fa); e poi se il soggetto in questione, che qui è Michael J. Fox, è il primo a fare ironia su sé stesso, beh: mi sento a maggior ragione giustificato.
La scena che mi ha fatto ridere, nella sua semplicità, è della serie tv Curb Your Enthusiasm (stagione 8, episodio 10, qui il video), in cui Fox porge a Larry David una bottiglietta con una bevanda gassata, David svita il tappo e la bibita spruzza da tutte le parti. “Did you shake it on purpose?”, chiede poi David. “Parkinson’s”, risponde Fox.

Non sto raccontando questa cosa acciocché possiate scandalizzarvi per il mio deplorevole senso dell’umorismo. Non solo.
Sto raccontando questa cosa, questa scena che in STILL arriva quando si arriva al punto in cui Michael J. Fox ha appena deciso di rendere pubblica, dopo anni di segreti, la sua malattia, e quindi di iniziare a usare la malattia nel suo lavoro, perché mi pare che sia un momento in cui si sintetizzano alla perfezione un sacco di cose del film di Davis Guggenheim e del suo protagonista.
Prima di tutto, come già ho suggerito, l’autoironia di Michael J. Fox, e quindi la sua forza di carattere, e la sua determinazione: prima di ogni cosa la determinazione a non vedersi e a non farsi vedere come una vittima. Quel che Fox ripete spesso, nel film, è che detesta l’idea di ispirare pietà, e che non sopravviverebbe se, in famiglia, gli dicessero “poverino”, invece di continuare a stargli vicino, certo, ma a prenderlo in giro come sempre.

In quella scena c’è poi anche uno dei massimi momenti di sintesi dell’ottima idea formale di Guggenheim, che per il suo film, oltre a qualche ricostruzione magari non bellissima (ma chissene importa) e all’intervista che fa a Michael J. Fox, e a qualche ripresa di terapia quotidiana, ha deciso di utilizzare le immagini dei film e dei telefilm di Michael J. Fox che tanto amiamo e tanto bene conosciamo come rinforzo visivo al racconto che l’attore fa della sua vita e della sua malattia. Qualche facile esempio: Michael racconta di una telefonata che gli ha cambiato la vita? Ecco le immagini di lui, ragazzo, al telefono. Michael racconta di quando correva dal set di Casa Keaton a quello di Ritorno al futuro? Eccolo nei panni di Alex che dice “la mia auto è arrivata, devo scappare”. E così via.

Terza e non ultima ragione, che poi forse è la principale, è che quella scena così sfacciata, allo stesso tempo così squisitamente alla Michael J. Fox e così tipicamente alla Larry David, sta lì a mostrare come, davvero, c’è poco o nulla, di sé, che questo attore abbia voluto nascondere in questo film.
E non parlo solo del fatto che nei primissimi minuti lo si vede alle prese con quello che, come dice lui stesso, fa più impressione alla gente, ovvero vederlo camminare. Finendo peraltro per terra con una brutta caduta, dalla quale si rialza facendo una battuta a una signora che passava di lì e che lo aveva salutato: “Nice to meet you too. You knocked me off my feet”, le dice.
Michael J. Fox dice tante cose di sé, anche quelle non facili. Anche quelle che riguardano quel periodo in cui il successo era travolgente, nella sua vita ancora non era arrivata Tracy Pollan, la malattia non era ancora stata diagnosticata, e Fox era “un po’ una testa di cazzo”.

A pensarci bene, forse, se di fronte a quella scena lì tratta da Curb Your Enthusiasm sono scoppiato a ridere, non è solo perché la trovavo e continuo a trovarla oggettivamente divertente, ma anche perché c’era, in me, il bisogno di liberarmi di un peso emotivo. Di una commozione cui non si cede mai, guardando STILL: per il rigore e il pudore di Guggenheim, ma soprattutto perché Michael J. Fox, con quello sguardo di ghiaccio (sarà un caso, che in Ritorno al futuro 3, si fa chiamare Clint Eastwood?), non te lo permetterebbe mai (il film è suo, non a caso in originale suona STILL: A Michael J. Fox Movie), e tu lo senti.
Eppure, la sua condizione e la sua storia, e la sua resistenza e la sua determinazione, e la sua voglia di continuare a vivere facendo ridere e sorridere chi ha vicino, senza mai cedere al pietismo, toccano qualcosa dentro di noi che stiamo a guardare. Più di qualsiasi retorica sulla malattia.

“Sono un tosto figlio di puttana”, dice di sé Michael J. Fox. “Sono uno scarafaggio, sono passato indenne attraverso un sacco di cose. Non puoi uccidere uno scarafaggio”. E però, quando Davis Guggenheim gli chiede come si vede tra dieci anni, risponde: “Tra dieci anni? Se sarò vivo tra dieci anni o hanno trovato una cura, o sarò ridotto come un sottaceto”.
Le cose, se le guardate da giusto punto di vista, non sono affatto in contraddizione.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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