Special Forces - liberate l'ostaggio, la recensione del film

10 maggio 2012
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Nell'anno di Act of valor che diffondeva, oltre che un omaggio ai soldati americani, eroici e buoni, anche un intento reclutatorio, i francesi rispondono con un prodotto altrettanto valido dal punto di vista tecnico intitolato Special Forces - liberate l'ostaggio



Non è da tutti avere un cinema eroico (di guerra). Per farlo bisogna avere un orgoglio nazionale ben radicato e un'industria cinematografica in grado di sostenere le ambizioni. Sappiamo tutto della tradizione di cinema militare americano, ma meno di un piccolo sottogenere francese dedicato al racconto delle gesta dei suoi uomini in divisa. Noi li releghiamo a fiction televisive domestiche e anemiche, i francesi invece realizzano costosi film spettacolari (credibili). Nell'anno di Act of valor che diffondeva, oltre che un omaggio ai soldati americani, eroici e buoni, anche un intento reclutatorio, i francesi rispondono con un prodotto altrettanto valido dal punto di vista tecnico intitolato Special Forces - liberate l'ostaggio.

Poche chiacchiere, un paio di scene di vita quotidiana in patria e poi subito catapultati in una missione in Afghanistan, per liberare una giornalista un po' imprudente finita ostaggio di un perfido capo talebano. Anche il regista Stephane Rybojad, così come gli autori di Act of valor, arrivano al film dopo aver diretto un documentario su quel manipolo di soldati speciali. Mette la sua esperienza nel cinema dell'iper reale, il documentario, e nel cinema del totalmente irreale, la pubblicità, al servizio di un film che visivamente è ben fatto, parte con un gran ritmo, camera nervosa il giusto, riprese aeree spettacolari e attori più impegnati in coreografie fisiche che altro. Qui i cattivi sono puro ostacolo alla riuscita dei nostri eroi e per una buona parte del film fanno il loro lavoro: incutono timore. È nei particolari che si porta a termine un’operazione di recupero ostaggio. Una volta portata a termine la prima parte della missione e recuperata la rapita il film si trova in una situazione di breve equilibrio pronto a rompersi. Diventa una gara di sopravvivenza, contro infiniti imprevisti che ostacolano il loro recupero in terra ostile e un leader talibano, che ha studiato a Cambridge, che odia l'ovest, ma vuole parlare inglese e ama il latte concentrato Nestlé, un po' Mullah Omar spietato, ma purtroppo da un certo punto in poi un po' troppo talebano Dolce e Gabbana (l'israeliano Raz Degan).

Quando la professionalità priva di fronzoli delle nostre special forces regna sovrana il film si fa vedere con piacere, quando si inizia a scappare per i monti e i personaggi iniziano a rivelare le loro umanità il film prende una direzione poco credibile, molto retorica e decisamente meno convincente. Si abbandona l'action e si prende la via del cinema delle buone intenzioni e qui Rybojad è più grossolano nell'affrontare il dramma degli afghani vessati dai talebani, la condizione femminile e i rapporti di cameratismo fra soldati alle prese con l'intrusa giornalista. Nella gara di sopravvivenza si delineano i ritratti un po' stereotipati dei protagonisti, iniziamo a conoscerne anche i nomi oltre che i nick di battaglia. Come in Act of valor non può mancare la dedica finale ai militari morti in azione, anche se qui si allarga il ringraziamento anche ai giornalisti. Noblesse oblige, Vive la France!




  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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