Southpaw: la recensione del dramma sulla boxe con Jake Gyllenhaal

07 agosto 2015
2.5 di 5
309

Un film diretto da Antoine Fuqua che rimanda ai classici del genere pugilistico.

Southpaw: la recensione del dramma sulla boxe con Jake Gyllenhaal

Antoine Fuqua non è mai stato un regista dai mezzi toni. Il suo è un cinema rabbioso, brutale a tratti, in cui le cose sono bianche o, più spesso, nere. Non è uno che lavora con pazienza al corpo il suo avversario, per avvicinarsi all’ambientazione del suo ultimo film, ma cerca il diretto del KO, quello da cui il pubblico non si rialza. Niente mezze misure neanche nel raccontare in Southpaw le oscillazioni di Billy “The Great” Hope (Jake Gyllenhaal), pugile da Hell’s Kitchen, quartiere malfamato di New York, cresciuto in un orfanotrofio insieme alla moglie Maureen, interpretata da Rachel McAdams.

Prima campione imbattuto ricco sfondato, poi derelitto dall’oggi al domani. I drammi iniziano a colpirlo molto più che i suoi avversari sul ring. Si succedono le disgrazie e ovviamente il suo clan scappa di corsa, salendo letteralmente sul carro del vincitore; accanto a lui solo i compagni di orfanotrofio. Se non vi sembra poi così originale, vi possiamo confortare: è così. Tutti i personaggi, le tappe e i momenti chiave del genere sono rispettati al millimetro. Billy non sale sui gradini a Philadelphia, ma sceglie la palestra sgangherata di Harlem per rinascere. Insieme a lui il consueto Forest Whitaker dalla recitazione a enfasi alternata. il film era nato come sequel di 8 Mile, protagonista sempre Eminem, il quale è rimasto solo nella canzone dei titoli di coda.

Una delle sfide maggiori per un regista che dirige un film sul pugilato è rappresentata dalle riprese dei match, anche qui molto presenti. La scelta di Fuqua è stata quella di sfruttare la definizione delle camere moderne sovraccaricando lo spettatore di suoni, musica, sudore e sangue. Niente ricerca del realismo e qualche ralenti da replay sportivo che sarebbe perfetto come spot per le sportcamera. Il titolo rimanda alla guardia più utilizzata dai pugili mancini, speculare rispetto ai destrorsi, con piede e mano destra in avanti. Deve imparare a difendersi Billy, infatti, la cui assuefazione al dramma lo porta a combattere senza schivare i colpi, pronto a caricarsi ulteriormente prendendone tanti.

Billy non combatte solo per la sua redenzione, ma anche per riottenere fiducia e custodia della figlia, che diventa la sua Adriana, per citare il chiaro riferimento di questo come di molti film sulla boxe: Rocky.

L’applicazione del bravo Jake Gyllenhaal si vede, ma del resto quale attore non vorrebbe interpretare un ruolo del genere? Cadere così in basso e poi risollevarsi, prendendo tanti chili di muscoli per riproporre il solito exploit alla De Niro in Toro scatenato. Venendo poi da un ruolo in cui era scavato in maniera inquietante - Lo sciacallo - Nightcrawler -, si allinea alla variante contemporanea della trasformazione fisica; quella di Christian Bale ne L’uomo senza sonno e Batman Begins.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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