Source Code - la recensione del film

27 aprile 2011
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Dopo aver stupito con la sua opera prima Duncan Jones sbarca negli Stati Uniti, con una storia che gli permette di applicare la sua visione fortemente intellettuale del cinema e della fantascienza alle necessità spettacolari proprie delle produzioni hollywoodiane.

Source Code - la recensione del film

Source Code - la recensione

Dopo aver stupito con la sua opera prima, l’ottimo Moon, Duncan Jones sbarca negli Stati Uniti, scegliendo (o venendo scelto per) una sceneggiatura che gli permette di applicare la sua visione fortemente intellettuale del cinema e della fantascienza alle necessità spettacolari proprie delle produzioni hollywoodiane.
Perché la definizione, a lungo anticipata, fatta di Source Code come di un Ricomincio da capo in salsa sci-fi è appropriata non solo per le analogie tematiche e narrative – nella vicenda di un protagonista condannato a ripetere in loop uno stesso stralcio temporale – ma anche nella capacità di coniugare l’intrattenimento più pop con riflessioni filosofiche assolutamente non banali.

Lasciamo a chi ha più tempo e più pignoleria di noi lo stabilire il grafico ideale delle ripartizioni temporali e quantistiche, dei differenti piani di realtà in cui si muove il (doppio) personaggio interpretato da Jake Gyllenhaal, o lo stare a disquisire se i conti dei vari paradossi tornano o meno. Perché in fin dei conti si tratta di discussioni oziose, che ottengono il risultato di mettere a fuoco il dito invece che la luna.
Una luna che, in questo caso, è il viaggio tutto privato di effettuato da un protagonista che vive uno slittamento ben più sconvolgente di quello che lo trasforma da soggetto di distruzione (militare in senso più bellico e tradizionale) a soggetto di conservazione e prevenzione. Lo sconvolgimento legato all’essere oggetto di una (ri)costruzione di sé.
È attraverso la coercizione alla ripetizione che il capitano Colter Stevens di Jake Gyllenhaal giunge alla consapevolezza della sua condizione e della sua identità. E, parallelamente, alla conoscenza sempre più approfondita – e di conseguenza emotiva – del mondo para-onirico in cui viene proiettato, e alla conseguente possibilità di una nuova vita, coerente eppure diversa rispetto alla precedente. Di una rinascita che non è solo (meta)fisica ma anche mentale e spirituale.

Laddove il razionalismo geometrico e spietato di Christopher Nolan costringeva, in Inception, il protagonista Cobb ad una lotta dolorosa e quasi impossibile contro i suoi sentimenti (quegli stessi sentimenti che erano motore primo delle sue azioni), fino alle conseguenze inevitabili di un finale aperto e, paradossalmente, puramente onirico, qui l’abbracciare con rigore la fisica quantistica da parte di Duncan Jones non può che essere colmo di calore e sentimento. Della profonda umanità pop che deriva dal ritrovarsi nei panni di un altro, come insegna il nemmeno troppo sottilmente citato Quantum Leap.
Se quindi Cobb precipitava sempre più a fondo nel sogno (suo) e nei sogni (degli altri), Colter carpisce ad ogni loop un nuovo mattoncino dell’(ir)realtà che si trova a rivivere, facendolo proprio e regalandogli quindi (e regalandosi) statuto di verità. Nel compiere la sua missione come nell’innamorarsi della Christina di Michelle Monaghan e al tempo stesso costruire un legame con la Carol di Vera Farmiga.

Poco importa allora il doppio twist finale, che apre a complesse convergenze e sovrapposizioni, che pare – e saggiamente – voler rendere meno smielato l’happy ending velandolo d’incertezza.
Quel che importa è che Colter ritrova sé stesso, rinnovato, comprendendo e conoscendo, amando, i mondi in cui è calato, le persone che si trova di fronte. Con tale forza da abbracciarne uno fino a non lasciarlo andare e influenzare l’altro con un addio che forse non è tale.
Riuscendo, quindi, laddove il disperato Sam Rockwell di Moon era condannato a fallire drammaticamente.
 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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