Sono solo fantasmi, la recensione: tra l'horror e la commedia, Christian De Sica si confronta col fantasma di Vittorio

13 novembre 2019
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Sotto l'immediatezza sghemba e un po' goffa delle apparenze, si nasconde un dialogo profondo e interessante tra De Sica, suo padre, sé stesso, la sua carriera.

Sono solo fantasmi, la recensione: tra l'horror e la commedia, Christian De Sica si confronta col fantasma di Vittorio

Christian De Sica, oramai, va verso i settanta. All'attivo ha oltre cento film come attore e, con questo, nove da regista. Uno come lui potrebbe tranquillamente permettersi di rilassarsi e lavorare per inerzia, riproponendo quello che il pubblico si aspetta da lui e che tutti conosciamo benissimo, in una forma vagamente riarrangiata, o perfino immutata.
E invece no. De Sica si lancia in un'impresa che potrebbe sembrare quasi folle: realizzare, nel cinema italiano di oggi, un film che unisca la commedia di cui è simbolo e alfiere, all'horror. E non una semplice commedia horror, ma un film dove nelle parti di commedia farsesca chi va al cinema possa ritrovare quello che andava cercando, ovvero il Christian De Sica che spara battute come "A' signo', e nun me scivoli nel pecoreccio" o "Te caghi sotto co'n pipistrello, e mo' colla strega che fai?"; e che invece, quando c'è da fare l'horror, l'horror lo faccia (o perlomeno cerchi di farlo) sul serio, a rischio di spiazzare e magari pure spaventare chi si aspettava qualcosa di diverso.
Possiamo dire tutto. Possiamo stare a sottolineare i difetti, che pure sono tanti, le sbavature e gli squilibri: ma non importa quanto si possano esprimere in maniera goffa o semplicistica certe intenzioni. Resta il fatto che De Sica è uno che nei suoi film da regista mette molto di più di ci si aspetti. E spesso, come in questo caso, anche molto più di quanto risulti nell'immediata evidenza.

Potrebbe bastare il modo in cui, all'inizio del film, De Sica si ritrae nei panni di un mago da strapazzo, ridotto a girare per sagre e feste di bambini dopo una carriera televisiva comunque discutibile, da paragnosta alla Giucas Casella; o quei primissimi piani un po' impietosi, e quasi scomodi per noi che guardiamo, in cui lascia trasparire tutto il senso di fallimento che grava sul personaggio - che pure cerca di nascondere sotto l'allegra cialtroneria che bene conosciamo - e in cui sembra quasi suggerire un'identificazione tra personaggio e interprete; o magari il suo spaventarsi di fronte al "mostruoso" fantasma televisivo di Barbara D'Urso.
Già questo è più spiazzante di quanto, a tavolino, l'operazione faccia immaginare.
Poi però ecco che si arriva a Napoli, arrivano anche Carlo Buccirosso e Gian Marco Tognazzi, e sono tutti fratelli, figli di un papà donnaiolo e giocatore che li ha lasciati nei debiti, e allora tutto diventa chiaro, e non solo perché quel papà si chiama Vittorio: il fantasma del film di Christian è quello di suo padre, e Sono solo fantasmi un titolo solo apparentemente consolatorio per un figlio che non si è mai confrontato in maniera così sfacciata e diretta, e sembra quasi volontariamente impietosa, con la figura paterna e col peso della sua eredità.

Lasciamo da parte la trama, certe demenzialità esibite, questi tre acchiappafantasmi sui generis, le loro peripezie, il risvegliare un'antica maledizione (quella della Janara del Vesuvio) che minaccerà Napoli così come Gozer minacciava New York, o i fantasmi che al posto dello slime sparano altre secrezioni organiche di colore differente.
Concentriamoci su un paio di scene. Quelle in cui De Sica fa possedere Buccirosso dal fantasma del padre morto - che è quello del film, ma non solo quello del film - e si trova così a poter parlare con lui, a rinfacciargli l'egoismo, le assenze, e quella cavolo di eredità così ingombrante, che sono i debiti ma mica solo quelli. Quelle in cui il fantasma del padre ripete "Io almeno mi sono divertito, e voi?", rinfacciando ai figli di non essere stati in grado di fare lo stesso. Quella in cui, quando De Sica e Buccirosso stanno affogando (nel mare del loro fallimento), è il fantasma del padre - che ha ovviamente il volto del figlio - a salvarli, così come farà nel confronto finale con la Jannara.

Papà Vittorio era amato da tutti e si è sempre divertito. Suo figlio, un tempo amato, anche se per ragioni meno nobili e assai simili a quelle della D'Urso odierna, oggi lo è di meno, e pare non divertirsi più di tanto. Chissà se l'ha mai fatto davvero.
Di certo, raccontarsi in quel modo, da parte di De Sica, con quello sguardo così puramente infantile nei confronti dell'immagine e del ricordo di Vittorio, è da un lato un atto d'amore anagraficamente regressivo, e teneramente malinconico; dall'altro, l'ancor più malinconica ammissione della consapevolezza di non essere stato - di non aver mai nemmeno potuto essere - all'altezza di un padre così amato e così ingombrante: perlomeno artisticamente.
Un padre che per lui rappresenta comunque la salvezza, e il perdono, nel nome del legame di sangue e dell'aver preso alla lettera il suo invito a divertirsi, ovvero di fare quel che si vuole senza paura del giudizio altrui. E Christian De Sica, con questo film, l'ha fatto.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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