Small Axe - Red, White and Blue: recensione del film di Steve McQueen con John Boyega

16 ottobre 2020
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Quinto e ultimo film del progetto antologico Small Axe di Steve McQueen, sulla lotta al razzismo in una comunità afrocaraibica a Londra dalla fine degli anni '60 ai primi '80, Red white and Blue racconta la storia vera di un giovane di origine caraibico che si arruolò in polizia per cambiare il razzismo in divisa.

Small Axe - Red, White and Blue: recensione del film di Steve McQueen con John Boyega

Steve McQueen, dopo la pausa di genere con Widows, torna a esplorare il cinema di ribellione contro l’ingiustizia che l’ha fatto prima conoscere, con Hunger e la rabbiosa lotta dei cattolici indipendentisti irlandesi contro la dominazione britannica, sublimata attraverso una forte stilizzazione visiva prossima alla sua precedente esperienza di videoartista; e poi premiare, con 12 anni schiavo e la rabbia primordiale dell’uomo in lotta contro la sopraffazione razziale, contro la privazione della libertà per il solo colore della pelle.

In Small Axe, Red, White and Blue, continua a sfogliare le pagine della storia fino a raccontare di un giovane (e di suo padre), facenti parte della comunità afro caraibica d’Inghilterra, alle prese con il razzismo ben presente in quelle forze di polizia che abusavano per pregiudizio razziale del loro delicato ed esclusivo potere, tipico di ogni società democratica: il monopolio dell’uso della violenza legale.

Si tratta di un elaborato progetto antologico di Steve McQueen sul tema della lotta al razzismo, composto di cinque film targati BBC e Amazon, sulla comunità originaria delle Indie occidentali britanniche raccontata ispirandosi a personaggi e vicende reali, accadute fra il 1969 e il 1982. Il titolo, Small Axe, rimanda a un proverbio africano che dice “se voi siete il grande albero, noi siamo la piccola ascia”. Insomma, l’unione fa la forza, rimandando a sua volta a una canzone del giamaicano Bob Marley.

Red, White and Blue come I colori dell’Union Jack, la bandiera britannica, ci porta nella zona occidentale di Londra degli anni ’80, dove il giovane Leroy Logan cresce con l’idea di diventare poliziotto, per cambiare le cose per i neri della città, come il padre vittima di continue discriminazioni fino a un vero pestaggio immotivato da parte di due poliziotti, solo perché aveva reagito verbalmente a un’ingiusta contravvenzione. Il razzismo degli apparentemente pacifici bobby, quindi, come sfida per una vendetta personale da parte di un brillante giovane, ricercatore forense dopo un dottorato di ricerca, convinto ad abbandonare un ambiente sicuramente più progressista, per contribuire a rendere il suo mondo un po’ migliore di come l’aveva trovato.

Evidente la portata molto attuale di questa storia, con il movimento Black Lives Matters in pieno ferment,o in seguito alle vere esecuzioni negli ultimi anni di afroamericani da parte degli organi di polizia in molti stati. Non è cambiato nulla, o poco, dai tempi della schiavitù americana o dei poliziotti razzisti nell’avanzata e civile Londra degli anni ’80. Al cuore del film c’è anche il rapporto fra un padre e un figlio (un John Boyega che ce la mette tutta per superare la delusione di Star Wars), la cosa più interessante di un film rigoroso ma anche un po’ appesantito dalla sua lodevole vocazione di denuncia civile

Un padre onesto e di grande dignità, incapace di accettare abbassando la testa, e tacendo, i piccoli soprusi per il colore della sua pelle, che però vuole che il figlio righi dritto, volendolo proteggere a tutti i costi, spronandolo negli studi e poi a proseguire nella sua carriera scientifica. “Sarò l’unica tua autorità”, gli dice a un certo punto con durezza, figlio di un’altra epoca e un’altra educazione, con un concetto di “mascolinità” incapace di dimostrare a parole o con gesti affettuosi il proprio amore. Ma il figlio lo vuole onorare proprio non dandogli retta, “vendicando” i torti da lui subiti entrando in polizia e cambiandola da dentro. Come fosse un agente sotto copertura, non per vera vocazione. Un contrasto fra il pessimismo dell'esperienza e l'ottimismo idealistico della volontà, in una tensione fra due sentimenti sempre in gioco nel confronto fra generazioni e nel rapporto con una società percepita sempre più come ingiusta.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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