Skyfall - la recensione del 23esimo film di James Bond

31 ottobre 2012
4 di 5

Azione, ironia, introspezione e seduzione si alternano in un film nel quale il Bond di Mendes e Craig chiude un cerchio trovando nel suo passato la forza per vincere il futuro.

Skyfall - la recensione del 23esimo film di James Bond

Il nuovo inizio di Casinò Royale ha già sei anni. James Bond, al cinema, ne ha compiuti cinquanta tondi tondi. E in un mondo che cambia, cresce e si evolve (?) a velocità esponenziali, era in qualche modo necessario che l’agente segreto di Sua Maestà Britannica dovesse cambiare nuovamente pelle, per rimanere sé stesso. Dovesse affogare dentro il suo passato per riemergere alle soglie del futuro.
Che allora la sequenza di apertura di 007 Skyfall sembri uscita di peso da un Bond-movie degli anni Settanta con Roger Moore non sorprende; né che quello stesso incipit turco (che precede dei brutti titoli di testa con una brutta canzone di Adele) vada ancor più indietro quando, sul tetto di un treno, si va fino ai tempi di Sean Connery. Perché è lì che Bond è destinato a cadere dentro le paludi di sé stesso, e a ricominciare il viaggio verso il presente e quel che verrà.

Nelle mani di un Sam Mendes fortunatamente molto più vicino (e non solo cronologicamente) a un film come American Life che non ad altri suoi titoli più blasonati, ovvero in grado di piegare la sua autorialità a un contesto che ne contenga le sporcature e le esagerazioni, il 23esimo film del canone ufficiale di James Bond racconta di una ricerca identitaria, di una resurrezione che scaturisca dal produttivo cortocircuito tra quel che si è (stati) e quel che non si (ri)conosce più.
Ecco che allora 007 Skyfall è una sorta di veloce bignami di cinquant’anni di storia bondiana, nel quale lo 007 ruvido e problematico di Daniel Craig si perde e si ritrova nel confronto con gli stili e i modi di coloro che l’hanno preceduto, identificandosi per contrasto e per analogia, anche attraverso l’uso di un’ironia quasi iconoclasta, e proprio per questo rispettosissima. Nel corso di questa carrellata, Mendes alterna stili e modi, senza timore di cadere nel camp, prendendosi grossi rischi, abbracciando un po’ goffamente azione e sensualità, con più agio introspezione e sarcasmo, ma nel complesso appare più che capace di soddisfare lo spettatore smaliziato e attento ai dettagli.

Quando però, reduce dal confronto col passato, il suo Bond si ritrova frastornato, invecchiato e stanco, ecco che 007 Skyfall si trasforma in qualcosa di completamente diverso, e di nuovo. Per sconfiggere un cattivo, quello di un coraggioso Javier Bardem, che come ogni Joker che si rispetti è il suo lato oscuro, la sua nemesi speculare, James Bond è allora obbligato ad aggrapparsi tenacemente a pochi e indispensabili punti fermi e a spingersi, letteralmente, nei luoghi delle sue personali radici. Proprio come i protagonisti di American Life, deve ripartire da dove tutto, perfino lui, era iniziato, per affrontare il futuro con la libertà di coloro che sanno essere coerenti con sé stessi e la propria natura.

Tra un inseguimento e un’esplosione, un varano di Komodo e un nuovo Q, tra un assedio western e un Martini, tra una seduzione (non solo femminile…) e un’Aston Martin DB5, Mendes e Craig, e il loro Bond, hanno capito prima e meglio di tutti quale sia l’antidoto ai rottamatori a tutti i costi, alle sfide di un presente la cui ansia di progresso si è tramutata nella percezione utopistica e sfalzata di una realtà irreale: accettare le proprie contraddizioni, affrontarle, non identificare il rispetto del passato con un chiuso conservatorismo.
Perché solo chiudendo un cerchio (vi) si può comprendere il presente, il nuovo e il futuro.





  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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