Shin Godzilla: la recensione del reboot nipponico diretto da Hideaki Anno e Shinji Higuchi

30 giugno 2017
4.5 di 5
63

Un nuovo, intelligente inizio per il lucertolone nucleare, un film spettacolare senza essere una giostra senza scopo né cervello.

Shin Godzilla: la recensione del reboot nipponico diretto da Hideaki Anno e Shinji Higuchi

Un po' le rinnovate ansie nucleari che vengono da Fukishima, un po' i vari tentativi statunitensi d'impadronirsi egemonicamente anche di quello, non sorprende che per la prima volta in più di sessant'anni in Giappone abbiano deciso di riprendere daccapo la saga di Godzilla. Di fare quell'operazione di reinvenzione di una mitologia e di un personaggio che, oggi, passa sotto il nome di reboot.
E, va detto subito per evitare ogni equivoco, quelli della Toho non potevano farlo meglio.

Affidato a Hideaki Anno, che è l'uomo dietro alla saga di Neon Genesis Evangelion, e che l'ha scritto e diretto supportato dall'esperto di effetti speciali Shinji Higuchi, Shin Godzilla non è solo un reboot intelligente capace di omaggiare il passato tenendo i piedi ben piantati nel presente; non è solo un film capace di ragionare senza pedanteria sull'inadeguatezza della classe dirigente del mondo contemporaneo, sulla sua incapacità di fornire risposte utili e concrete alle mille mila emergenze dei nostri giorni. È anche una spettacolare opera d'intrattenimento che dimostra come si possa realizzare, ancora oggi, cinema di genere destinato a generare profitti senza per questo trasformarsi in baracconi decerebrati, in giostre da parco dei divertimenti.

Di sicuto, Shin Godzilla è un film che spiazza lo spettatore abituato alle declinazioni occidentali del lucertolone nucleare, che lo prende regolarmente in contropiede: una rarità nel contesto di un cinema contemporaneo che, al contrario, è troppo spesso fatto con lo stampino, che è quasi sempre assai prevedibile.
Grandioso e avvincente, sì, il nuovo Godzilla giapponese, ma anche e soprattutto perché capace di essere antispettacolare, di mettere sempre e prima di tutto gli uomini, e non la bestia, al centro del racconto.

Realizzato con una tecnica mista che unisce i tradizionali costumi in lattice indossati da attori in carne ossa con la più moderna CGI, il mostro di questo film emerge dalle acque con un fare meno aggressivo e distruttivo che in precedenza: è, letteralmente, la rappresentazione metaforica di un incidente, e non di un'aggressione. Si limita ad attraversare la città, causando sì devastazioni, ma quasi solo accidentali: perlomeno fino al momento in cui non si tenta di fermarlo con la forza.
Quale che sia la sua natura e il suo obiettivo, non è mai il motore dell'azione, ma quasi solo un suo riflesso: la palla è tutta degli esseri umani, dei politici inetti, dei burocrati ottusi, di quella task force di reietti e nerd, di quell'accozzaglia di eretici e sfigati che troverà la forza per proporre soluzioni innovative e alternative a quelle dei tradizionali percorsi politici e bellici, nazionali e internazionali.   

Gli scontri sono comunque mozzafiato, capaci di uno spessore epico-elegiaco sconosciuto ad Hollywood: quello finale addirittura tutto giocato su toni anti-enfatici, che ben accompagnano una soluzione che non è una soppressione, ma una sorta di (momentaneo?) spegnimento.
Perché con questo Godzilla, con tutti i Godzilla della Terra, con tutte le enormi problematiche che l'establishment tradizionale si rifiuta o non è capace di affrontare, bisogna continuare a fare i conti: bisogna coesistere.

La chiave, è nella resilienza più testarda, e in un nuovo modo di fare e di intendere la politica. Lo sanno bene, in Giappone, e nel film lo si dice a chiare lettere: "Il nostro paese ha saputo sollevarsi dalle proprie macerie: lo farà anche stavolta."
Godzilla risorge, e l'uomo con lui.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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