Shame - la recensione del film di Steve McQueen

10 gennaio 2012
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We are not bad people. We just come from a bad place. Questa battuta, affidata al personaggio di Carey Mulligan, che la rivolge al fratello Michael Fassbender, è centrale in Shame, il nuovo film di Steve McQueen



"We are not bad people. We just come from a bad place."
Questa battuta, affidata al personaggio di Carey Mulligan, che la rivolge al fratello Michael Fassbender, è centrale nel nuovo film di Steve McQueen, il secondo della carriera cinematografica del video artista britannico.
Assai diverso dal precedente Hunger per storia e tematiche, Shame presenta però numerosi punti di continuità, sia nella struttura formale che per l'essere incentrato su ossessioni, ancorate tanto nel presente quanto nel passato, che risultano devastanti per la mente ed il corpo. In un bad place, appunto.
Ma il Brandon interpretato da Fassbender - virtualmente presente in ogni singola scena del film senza apparire gravato dalla responsabilità - si sente una bad person, anche se non lo vuole ammettere, perché troppa è la vergogna.

Brandon è uno che si volta in preda al panico, ma con un pizzico di sollievo, quando qualcuno nel suo ufficio, scherzando, dice "siete disgustosi", terrorizzato che qualcuno scopra la quantità di filmati porno nel suo computer, ma che annega ogni pensiero (questo pensiero) nell'oblio del sesso da cui è patologicamente dipendente, e che lo fa sentire prima sporco e poi bene. O viceversa.

La ciclica routine di Brandon s'interrompe però quando nella sua vita ripiomba la sorella, danneggiata quanto lui, cui è legato ossessivamente e conflittualmente, quasi incestuosamente, pare suggerire (ma, fortunatamente, senza esplicitare) McQueen. E quando la sua ennesima conquista lo mette in crisi (persino fisicamente) perché capace di smuovere sentimenti che lo hanno sempre terrorizzato e che (si) nega categoricamente. Perché è per lui più facile essere una bad person, piuttosto che ammettere di provenire da un bad place, che affrontare il proprio passato.

Ma il tema di una ricerca edonistica e ossessiva del piacere per mascherare vuoti e dolori esistenziali, il suo trasformarsi in patologia e perversione, non è di grande novità (si pensi solo, ad esempio, alla letteratura di
Bret Easton Ellis) e Steve McQueen non pare in grado di illuminarlo da angoli insoliti o di mostrarne risvolti inesplorati.
E allora, il valore di un film come Shame si ritrova altrove.
Nella caratterizzazione di una New York elegante e disperata, scintillante e degradata come l’uomo che gli si muove attraverso.
Nell'equilibrio della rappresentazione del sesso, oggettivizzato, sempre privo di erotismo ma al tempo stesso anche di ostentato squallore (peccato per una scena finale dove troppo sfacciato è l'accavallarsi tra piacere e dolore nel volto del protagonista). Nella qualità formale e in quegli statici piani sequenza di dialogo che son già diventi un trademark del regista.
Soprattutto, nella costruzione del legame complesso e appassionato tra fratello e sorella, grazie anche alle performance di un bravo Fassbender e di una straordinaria Mulligan.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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