Sembra mio figlio: recensione del delicato dramma diretto da Costanza Quatriglio

19 settembre 2018
3.5 di 5
9

La storia di un fuggitivo della minoranza afghana degli Hazara sradicato fra Europa e le sue origini.

Sembra mio figlio: recensione del delicato dramma diretto da Costanza Quatriglio

Ci sono voluti anni di lavoro certosino, di continua riscrittura, a Costanza Quatriglio per partire da un documentario su una realtà romana e raccontare fino alle montagne dell’Afghanistan la storia di una delle persone conosciute per quel lavoro. Il film è nel percorso fra la persona e il personaggio, con l’aggiunta di pennellate di finzione per rendere esemplare la sua storia e la storia di una popolazione una volta maggioritaria nel Paese alle pendici dell’Himalaya e ormai sterminata e ridotta in minoranza costantemente sotto attacco dai talebani. 

Sono il popolo Hazara, a cui appartiene Ismail, scappato da bambino alle persecuzioni insieme al fratello Hassan. Vive in Italia, a Trieste, non casualmente una zona di confine, dove troverà altri reduci da altre guerre appena oltre le alpi, e se la cava piuttosto bene. Sta per lasciare un lavoro subordinato per mettersi in proprio ed è inserito nel tessuto sociale, dando anche una mano a chi arriva solo ora come immigrato. La madre la sente solo al telefono, il padre è morto da tempo, e nel corso dei mesi la sente cambiare, non lo riconosce più, la voce maschile di un nuovo compagno sembra averla cambiata, resa una persona diversa. Sembra mio figlio ci conduce in una prima parte quasi sospesa nel tempo, in cui il tempo passa scandito solo da pochi sviluppi nel rapporto fra i due fratelli e fra loro e la madrepatria, che irrompe nella quotidianità solo come una voce al telefono, quasi onirica.

La sensazione di sradicamento rimane una costante impossibile da sconfiggere per Ismael, e ancor di più per il fratello maggiore, così come la consapevolezza di non appartenere ormai pienamente a nessuno dei due mondi: quello occidentale, ma neanche quello afghano. La Quatriglio pone molta attenzione nell’evitare una nostalgia per un paese felice, improbabile eldorado, sottolineando come la cultura tribale abbia delle regole che lo stesso Ismael fa fatica a capire. A partire dalla personale storia di un uomo alla ricerca della madre, con il suo valore archetipico, Sembra mio figlio assume la valenza di un ritratto sui popoli sradicati, nella storia e ancora oggi. Un viaggio in un popolo senza più giovani, fuggiti o sterminati da una guerra ininterrotta e insensata, un popolo costituito solo da donne, bambini e anziani. Girato con grande sensibilità e rispetto, in una lingua antica per un popolo che non ha avuto mai voce, commuove anche grazie alla figura piena di dignità, altera ma con barlumi di dolcezza, dell’attore principale - e poeta - Basir Ahang, anche lui hazara.

Una storia al maschile, diretta da una donna, con una protagonista assente, la madre. Una bella conferma sulla possibilità di ogni sensibilità di raccontare (bene) ogni tipo di storia, in cui a una prima parte ambientata in occidente ne segue una seconda in viaggio, una brutale presa di coscienza, un risveglio dall’onirico andamento della prima, in cui i panorami aspri della patria lontana, insieme all’ancestralità dei profili degli anziani hazara, avvicinano il protagonista a una realtà tante volte sognata, ma forse impossibile da mettere pienamente a fuoco.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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