Sei Fratelli: la recensione della commedia corale di Simone Godano

23 aprile 2024
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Sfruttando un tema altre volte proposto al cinema, con Sei Fratelli Simone Godano propone una riflessione non banale sul concetto di famiglia, paternità e amore. La recensione di Daniela Catelli.

Sei Fratelli: la recensione della commedia corale di Simone Godano

“Tutte le famiglie felici sono uguali, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo", scriveva Lev Tolstoj in Anna Karenina. Questo microcosmo, nucleo primario della società e diverso per ognuno di noi, si forma coi legami di sangue, anche se da tempo ormai tende a essere sostituito sempre più spesso da un gruppo d’elezione, “fratelli” e “sorelle” liberamente scelti, per affinità. Non ci si può voler bene per forza, insomma, anche se dai genitori e dai fratelli, nonostante tutto, ci aspettiamo che sia così. Il cinema ha trattato spesso i temi che Simone Godano e Luca Infascelli affrontano in Sei Fratelli: padri assenti, rancori, fratelli distanti che si ritrovano in occasione della morte di un genitore e sono costretti a fare i conti con i sensi di colpa, la rabbia, la gelosia e tutta la galassia di sentimenti negativi che si accompagnano al lutto. In Raymond & Ray, ad esempio, erano solo due, da tempo lontani, a scoprire che il padre odiato aveva dato loro prima di morire un altro fratello e che la sua nuova e giovane compagna conosceva un lato dell’uomo di cui non sospettavano l’esistenza. Se la figura paterna può essere severa, esigente, addirittura castrante – vedi la Lettera al padre di Franz Kafka -, la sua svagatezza ed egoismo, che si traducono in assenza, lasciano segni altrettanto forti sulla psiche dei figli.

Nel caso di Sei Fratelli, la morte improvvisa di un padre non vecchio ma malato terminale, che come Mario Monicelli decide di andarsene "in piedi", prima che la malattia distrugga la sua dignità, riunisce una famiglia allargata da tempo dispersa: cinque fratelli di tre madri diverse, tra cui la figlia dell’ultima compagna del padre, da lui adottata. Dal momento che l’uomo viveva in Francia, dove aveva messo su un allevamento di ostriche, i figli vengono chiamati per la lettura del testamento e hanno la sorpresa di scoprire l’esistenza di una sesta sorella, nata da una relazione e riconosciuta da adulta dal padre, a cui l’uomo sembra essere stato molto affezionato. Sei persone che non potrebbero essere più diverse, per età ed esperienze, divise in un caso anche da una rivalità amorosa e un rancore che dura da 15 anni, quando uno di loro ha “rubato” la fidanzata del fratello e l’ha sposata, per una settimana, in attesa di decidere se accettare o meno la fallimentare eredità paterna, vengono costrette alla coabitazione nella casa di Bordeaux. Spediti i figli e le madri in Italia, decidono tutti di restare, inclusa la nuova sorella sconosciuta e la moglie avvocato di uno di loro, che li assiste nelle questioni legali e che è stata il pomo della discordia tra i due fratelli che non si parlano più.

Ognuno ha il suo ruolo e la sua personalità: c’è l’uomo di successo (Riccardo Scamarcio), frustrato perché la televisione in cui lavora non gli permette di condurre un programma di approfondimento politico; il buono della situazione (Adriano Giannini), un karateka che si porta dietro il fallimento del suo matrimonio e di una gara olimpionica, soprannominato Gandhi per il suo pacifico approccio alle cose; i due francesi, bella e sempre sull’orlo del matrimonio lei (Claire Romain), col fratello taciturno (Maty Galey) che vuole entrare al Conservatorio ma è in piena crisi adolescenziale; il cuoco ancora innamorato dell’ex (Gabriel Montesi), viscerale e impulsivo, che non ha mai perdonato il fratello traditore, e una ragazza sbandata (Valentina Bellè), l’intrusa, che ha conosciuto il lato migliore del padre ma non della vita. Il risultato di questi incontri è una commedia tragica, in cui ognuno di loro cerca di colmare il vuoto di un’assenza e di imparare ad amare nonostante tutto una figura paterna (Gioele Dix), scriteriata magari ma non cattiva, che come spesso accade si è riscoperto in grado di provare sentimenti e rimorsi quando ormai per lui è troppo tardi.

Tutto questo Simone Godano lo racconta in una storia coesa, col coraggio di mettere in scena quasi sempre tutti i protagonisti, in un film corale nel più puro senso del termine, con una grande capacità nella direzione degli attori e una cornice realistico-malinconica che riesce, nonostante il rischio del déjà-vu, a mantenere desta l’attenzione dello spettatore sulle dinamiche famigliari di questo nucleo scombinato. Il padre, alla fine, risulta il più romantico e imprevedibile: dalle ostriche decide di estrarre perle, processo lungo e non remunerativo, e alla prima, imperfetta creazione di questo sogno, dà il nome della figlia che ha scoperto per ultima. Forse è proprio il suo esempio, però, che mentre fa infuriare i figli, riesce anche a dare loro la forza per chiedersi cosa desiderano veramente e a fare delle scelte rinviate fin troppo a lungo. Alla fine, l’assenza diventa presenza e questa stravagante accozzaglia di individui trova un proprio momento di autentica comunità. A merito del regista e del suo coautore va il fatto di non aver scelto il classico lieto fine da favola: certe ferite non si rimarginano, certe dinamiche sono troppo comode e rodate per non riproporle all’infinito e la vita è quello che è. Ma almeno resterà loro il ricordo di una giornata al mare a Bordeaux, quando per un attimo si sono davvero fratelli per davvero e non solo all’anagrafe.



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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