School of Rock: recensione della scatenata commedia musicale di Richard Linklater con Jack Black

26 maggio 2020
3.5 di 5
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Un classico contemporaneo sul potere della musica di unire e superare insicurezze e aggressività dei bulli, con uno scatenato Jack Black nel ruolo della carriera.

School of Rock: recensione della scatenata commedia musicale di Richard Linklater con Jack Black

Una storia di formazione, passando per una rievocazione spassosa, ma per niente banale, del rock and roll, del suo periodo classico e di tanti capolavori. School of Rock è il ruolo della carriera per Jack Black, di anni in cui, siamo nel 2003, sembrava potesse diventare il John Belushi del nuovo millennio, ma anche il ruolo della vita, perché l’aderenza con il personaggio qui assume un valore portentoso, visto che lui stesso suona e canta in un gruppo, i Tenacious D. e ha il rock nel sangue, e nei sogni. Il suo personaggio, Dewey Finn, è un chitarrista che lotta per affermarsi senza troppo successo, ci mette tutto quello che ha nelle sue performance, pancia in resta, ma deve subire l’umiliazione di essere cacciato dalla stessa band che ha formato, finendo per un equivoco a sostituire l’insegnante in una scuola privata molto prestigiosa da 15 mila dollari l’anno. 

Niente ‘Capitano, mio Capitano’, ma l’occasione di guadagnare qualche soldo per evitare di venire cacciato di casa, che diventa però campo da gioco per il suo sconfinato amore per la musica rock, specie dopo aver scovato un bel po’ di talento nei suoi giovanissimi alunni di quinta elementare. Occasione per una rivincita dei loser, o meglio di quelli emarginati dai bulli, che siano a scuola o nelle band rock. Obiettivo finale, la Battle of the Bands, una competizione con un bel montepremi per i gruppi rock della zona. Uno schema mille volte già visto, ma non punta sulla sofisticazione quanto proprio sulla semplicità, sulla forza evocativa della musica, sulla grande empatia delle performance, degli attori adulti e di quelli più giovani.

Curioso, e forse mai visto fino a questo punto, come uno sceneggiatore si sia riservato il ruolo più scialbo e apatico come attore, visto che il film è stato scritto da Mike White - ispirato nella realtà dalla musica ad alto volume ascoltata dal suo vicino nella vita, Jack Black - che interpreta un insegnante, il coinquilino e amico di Dewey, a cui presta la sua identità, ma a sua insaputa. In più è succube della fidanzata rigidissima e insopportabile, interpretata con amore di paradosso dalla comica televisiva, spesso dissacrante, Sarah Silverman. Come poteva chiamarsi la società di produzione fondata dai due amici, se non Black and White?

La classe sembra uscita da Saranno famosi, visto che dietro tante etnie e insicurezze si nascondono dei talenti portentosi, considerando poi che le performance sono registrate nel film in presa diretta. Sono riusciti addirittura a convincere i Led Zeppelin a cedere per il film Immigrant Song, nonostante siano sempre molto restii a farlo; ma un video con Black e centinaia di fan a supplicarli ha avuto successo. Joan Cusack è grandiosa come arcigna preside pronta a esplodere, chiaramente in sintonia con Black, con cui aveva recitato in un altro inno d’amore alla musica, Alta fedeltà.

Inno alla creatività, al colore contro il grigio controllo repressivo fino a sé stesso, un apologo sul potere liberatorio della musica rock che rompe le regole, ma a fin di bene. Ma anche una storia di formazione contro le insicurezze di ogni bambino e un antidoto contro il bullismo, il film più semplice e diretto della carriera di Linklater, qui al servizio della storia e del suo protagonista.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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