Sarah e Saleem: recensione del film su un amore proibito fra un palestinese e una israeliana

26 aprile 2018
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Muayad Alayan racconta una città divisa in due sposando le ragioni di tutti e chiedendosi se libertà e democrazia siano ancora possibili.

Sarah e Saleem: recensione del film su un amore proibito fra un palestinese e una israeliana

Cosa ci fanno Romeo e Giulietta nella Gerusalemme dei giorni nostri? Ed è giusto paragonare la seconda regia di Muayad Alayan a una versione contemporaneo della tragedia più famosa del Bardo? Probabilmente no, perché, nella città più divisa della storia contemporanea, a fare le spese di una passione illegittima non sono due famiglie stupidamente in lite, ma due culture, due tradizioni, due religioni, due civiltà eternamente in lotta. Nella città "spaccata in due" si paga doppio, triplo, quadruplo se ci si apparta di notte in un piccolo furgone per fare del sesso, per regalarsi l'evasione da un matrimonio stantio guastato da continui trasferimenti e dal limbo senza intimità di una gravidanza. L'arabo Saleem, che abita nella parte orientale di Gerusalemme e l'israeliana Sarah, che vive invece nella zona occidentale, forse non sanno fino in fondo cosa rischiano incontrandosi, o forse ne sono consapevoli, perché da prigionieri di un sistema oppressivo e di una tensione quotidiana che quasi toglie il respiro, pretendono di aggrapparsi a un sogno di felicità, al diritto di essere superficiali e incoscienti, talmente incoscienti da farsi sorprendere nella prigione a cielo aperto Betlemme, dove il film vira dalla love-story al damma sociale, dall'istantanea di un illecito rapporto di coppia al thriller politico.

La transizione, oltre che intrigante, è lampante, perché da un lungo flashback torniamo nel presente, vediamo la scena iniziale ripetersi ed è a questo punto che si fanno strada grandi interrogativi che arrivano come un fulmine a ciel sereno, domande come: quanta pressione si è disposti a sopportare prima di abdicare al proprio codice morale? Ha davvero senso sacrificare i propri privilegi per qualcuno che si conosce a malapena e che prega un altro Dio? Perché, purtroppo, sono chiamati a compiere una scelta fra sé e l'altro i nostri amanti clandestini, che pur non essendo persone particolarmente impavide, in qualche modo diventano eroi, visto che devono barcamenarsi fra le assurdità della vita. E Muayad Alayan ci prova gusto a metterli in situazioni più grandi di loro e a forzare i limiti, e in un certo senso deve farlo perché, pur essendo almeno nella prima parte un po’ anche un melò, il suo è certamente un film politico, perché tutto è politica per chi ha vissuto drammaticamente la seconda Intifada con le continue incursioni dei militari israeliani e ha un fratello (che poi è lo sceneggiatore del film) emigrato a San Francisco.

Ma attenzione: The Reports of Sarah and Saleem non sta necessariamente dalla parte dei palestinesi, il film non giudica nessuno, non sale in cattedra. Piuttosto sposa le ragioni di ognuno, di chi inganna e chi è ingannato, perfino del colonnello dell'esercito con cui Sarah è sposata, che non brilla di simpatia. Il regista sta insomma dalla parte di tutti i personaggi e lo fa sia evidenziandone la debolezza e (in un caso) i problemi economici, che entrando nelle loro case e restituendoci attimi più o meno confortanti di quotidianità, prima con ritmo quieto e poi in maniera turbolenta, in accordo con il precipitare della situazione. Lo stile è naturalistico, ma l'uso sempre più accentuato della camera a mano suggerisce un senso di pericolo che cresce di fotogramma in fotogramma, mentre le inquadrature "accolgono" avvocati, politici corrotti, poliziotti e i suoni entrano di prepotenza a far parte del racconto (i motori delle macchine, gli spari, le pietre lanciate). E si viaggia, si viaggia di continuo, da Est a Ovest, e si viene traghettati fuori dalle comfort zone reali e metaforiche, mentre una birra al bar viene scambiata per un’attività di spionaggio o addirittura un’istigazione alla prostituzione.

Si percorrono molti chilometri in macchina nel film, per bussare alle porte e poi scappare via, e per scoprire di aver ascoltato un mucchio di bugie. Con l'umiliazione, però, si impara a convivere, perché il tradimento tutto sommato è poca cosa rispetto agli abusi di potere e alla mortificazione dell'umana dignità che sono di scena nel teatro di guerra dove si combatte per salvare i propri cari, e dove la libertà, la democrazia e la pace sono una pia illusione. Ma ai quattro protagonisti della nostra storia la dignità in fondo non la toglie nessuno, soprattutto alla moglie di Saleem, che guidando come un pilota provetto con il pancione e il velo esprime la meravigliosa contraddizione di un femminile docile e al contempo altero, empatico e accudente ma determinato a difendere il proprio focolare e, all'occorrenza, a emanciparsi, ma sempre con dolcezza.

E’ alla dolcezza delle donne che il film guarda con affetto, donne solidali fra loro seppure innamorate dello stesso uomo e consapevoli del fatto che la famiglia e la società stessa poggiano sulla loro quieta solidità e sul loro coraggio di essere un po’ outsider. Per tutte queste ragioni, The Reports of Sarah and Saleem è una perla rara, una di quelle sorprese festivaliere (prima Rotterdam e poi Bari) che ci insegnano che l'arte sboccia laddove la vita è più difficile. In fondo lo cantava anche De André: "Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori".

The Reports of Sarah and Saleem è stato presentato in anteprima nazionale al Bari International Film Festival 2018.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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