Run: la recensione del thriller con Sarah Paulson

05 giugno 2021
2.5 di 5

L'opera seconda del regista di Searching, Run, delude le aspettative, non riuscendo mai a sollevarsi sugli standard del genere con un tema molto interessante. La recensione di Daniela Catelli.

Run: la recensione del thriller con Sarah Paulson

Al di là di ogni asfissiante e sempre ritornante retorica (maschile) sulla maternità come massima forma di espressione femminile, esistono purtroppo anche madri mostro, aguzzine delle vite che hanno messo al mondo o di cui sono a vario titolo responsabili. Tra le mille forme di abusi e sevizie inenarrabili a cui le sottopongono, c'è la Sindrome di Munchausen per procura, quando una madre finge per interesse personale o bisogno narcisistico di attenzione la malattia grave e incurabile di un figlio, ma in realtà è lei stesso a somministrargli medicinali che ne alterano drammaticamente la salute, talvolta fino a portarlo alla morte. Parte da una storia simile Run, secondo film di Aneesh Shaganty, dopo l'apprezzato Searching.

Senza rivelare troppo sulla trama, la giovane protagonista Chloe, costretta da anni in sedia a rotelle e a prendere una quantità notevole di medicinali, comincia a nutrire dei dubbi sulla sua amorevolissima genitrice, che la fa studiare a casa e le controlla ogni momento della giornata, quando scopre per puro caso che la madre le sta dando dei farmaci che sono stati in realtà prescritti a lei. Di lì parte un'indagine che la confermerà i suoi peggiori sospetti le aprirà uno scenario inimmaginabile, costringendola a lottare per la sua stessa vita.

Costruito come un thriller, questo Run - scappare, correre, ovvero proprio quello che la povera Chloe dovrebbe ma non può fare - è un prodotto di maniera, di cui si intuiscono presto gli sviluppi e i retroscena e fallisce proprio nel rappresentare il terrore di un essere dipendente in tutto e per tutto da una persona di cui si fida ciecamente e di cui scopre la completa insincerità. In un'ora e mezzo scarsa di durata del resto non c'è tempo per dare un sufficiente sviluppo psicologico ai personaggi e profondità alla vicenda, dove a parte alcuni momenti le due protagoniste sono sempre sole in scena.

E qua sta un altro dei problemi di un film che non riesce a tener fede alle sue promettenti premesse: la scelta di Sarah Paulson nel ruolo della madre è troppo scontata per permettere a un'attrice che ha già altrove espresso con efficacia tutte le sfumature del terrore, di aggiungere un tassello significativo alle sue performance. Perché Run non lascia il minimo dubbio, fin dall'inizio, sul fatto che questa madre tanto amorevole e preoccupata sia in realtà bugiarda e cattiva. Ci si può chiedere magari il perché, ma non si resta mai veramente stupiti. Va meglio con la scelta di Keira Allen, non solo perché è una ragazza davvero paraplegica e può calarsi agevolmente nelle difficoltà che il suo personaggio affronta, ma anche perché davvero credibile nelle sue reazioni. Il finale cerca di concludere con un colpo di scena e la classica inversione del rapporto vittima carnefice, una vicenda dove non scorre una goccia di sangue, claustrofobica ma non fino alla sofferenza. Non definiremmo nemmeno Run come un film sbagliato e/o disonesto, ma come un'occasione mancata di indagare attraverso il genere il lato oscuro e mostruoso del sentimento materno.



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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