Rock of Ages - la recensione del musical rock con Tom Cruise

18 giugno 2012
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Diretto da Adam Shankman è un energico mix fatto di ritmo, (auto) ironia e leggerezza.


Rock of Ages ci è sembrato così divertente, nel senso più immediato e gustoso del termine, che ci piacerebbe davvero riuscire a trasmettere in queste righe, una minima parte dell’euforia provata in tanti momenti del film.
Sarebbe un successo per la recensione di un titolo che va scelto, visto e partecipato “in stato di ebbrezza”, senza porsi troppe domande, seguendo soltanto la musica.
Proprio come si fa ascoltando una canzone come "Paradise City"…
…where the grass is green and the girls are pretty.

Non è l’inizio di una lode sperticata, il film ha e mostra evidenti difetti, ma quello che resta, dopo che hai sentito anche l’ultima canzone dei titoli di coda, è ciò che è giusto rimanga di un musical del genere: il compiacimento di un energico mix fatto di ritmo, (auto) ironia e leggerezza.
E’ il “cocktail” che negli anni ha fatto il successo dello spettacolo di Broadway, scritto da Chris D’Arienzo (anche sceneggiatore del film insieme a Justin Theroux e Allan Loeb) e che non ha fatto esitare un attimo il regista Adam Shankman nel portarlo sul grande schermo.
Sostenuto anche da parte del cast tecnico che aveva lavorato con lui nel precedente Hairspray – grasso è bello (il direttore della fotografia Bojan Bazelli e la costumista Rita Ryack), Shankman ci riporta nel 1987, su e giù per il caotico Sunset Strip di Los Angeles.

Qui c’è il Bourbon Room, tornato a nuova vita per l’occasione, e club icona dell’hard rock (come il Roxy e il Whiskey),  le cui pareti trasudano birra, sudore e sesso.
E qui arrivano Sherrie - scesa da un Greyhound proveniente dal Kansas “con la sua valigia piena di sogni” e dischi rock – e Drew, grintoso musicista che serve birra con onestà e passione.
Dovrebbero essere i due ragazzi - che hanno i volti troppo Highschool Musical di Julienne Hough e Diego Boneta – il centro della storia - non meritandosela del tutto- e sicuramente coloro a cui è affidata quella parte ultra-melodica dell’hard rock anni’80, fatta di struggenti ballate straripanti di schitarrate.

Intorno a loro dei personaggi davvero ben più efficaci nel proprio ruolo. A partire dallo sgualcito titolare del Bourbon Room (sull’orlo della bancarotta) un sorprendente Alec Baldwin, che riesce ad essere reduce-irriducibile, tenero e scanzonato come non lo ricordavamo da tempo.
Al suo fianco Russell Brand, con consueto sguardo spiritato e capigliatura alla Nikki Sixx dei Mötley Crüe, che duettando con Baldwin in "Can’t Fight This Feeling" ci regala strepitosi momenti di grottesco sentimentalismo. 
Paul Giamatti
, che proprio non riesce a non essere bravo, è il manager di colui che arriva a fare ombra su tutto il resto.
Tatuato, serpeggiante, diavolo seduttore in stato di ascetica semi-incoscienza alcolica: signore e signori Tom Cruise, in una delle sue più folgoranti performance.
Nel secondo ruolo (dopo quello di Magnolia) in cui il suo ego-mostro di macchina hollywoodiana diventa talmente palpabile da affascinare e infastidire.
Stacey Jaxx, il rocker osannato a un passo dall’imboccare il viale del tramonto, è in un corpo solo Slash (di cui ripropone la famigerata pisciatina sulle scarpe del proprio manager), David Lee Roth, Joe Elliott e Tommy Lee; e incarnandoli tutti riesce ad evitare la macchietta. Loro, sguaiate divinità anni ’80, scese sulla terra avvolte da pelle nera, jeans e borchie,  per mettere a ferro e fuoco perbenismo e yuppismo, al suono di una musica priva dei tormenti sociali e politici che avevano caratterizzato il punk e il rock che li aveva preceduti.

Un po’ grossolano, forse superficiale, ma trascinante come la musica che racconta è questo musical, a cui si può imputare certo l’infantile costruzione narrativa, o la troppa semplicità delle scene coreografiche, ma al quale si riconoscono belle sequenze in cui regia e arrangiamento musicale trovano un’armonia eccellente (come nel perfetto mash-up iniziale tra "Jukebox Hero" e "I Love Rock n’ Roll" che unisce le vicende di Baldwin/Brand e Hough/Boneta).
Patinato come certo non erano i luoghi che racconta, ma quanto invece lo erano i video musicali del genere di cui Shankman vuole e riesce a riproporre l’estetica, Rock of Ages si smarca brillantemente da ogni possibile forma di nostalgia, restituendoci il vero gusto di rivivere una sottocultura che ci è molto simpatica, irruenta e fatta di esagerazioni. "Every Rose Has Its Thorn", dicono i Poison, ma sono comunque spine di jeans e strass.



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