Robinù: recensione del documentario sulla giovane criminalità napoletana di Michele Santoro

08 settembre 2016
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Una nuova generazione malavitosa raccontata dal giornalista.

Robinù: recensione del documentario sulla giovane criminalità napoletana di Michele Santoro

Non c’è nessuna mediazione, nel documentario di Michele Santoro, Robinù. A parlare sono i napoletani di alcuni dei quartieri più poveri e con il maggiore tasso di criminalità e di presenza camorristica. In particolare sono i baby-boss a esporsi in primo piano, raccontando il loro passato - che da adolescenti o poco più è già intenso come quello di una vita intera - o la naturale successione di eventi che li ha portati a impugnare la prima volta una pistola - all’età in cui la pubertà è appena arrivata -, a costruirsi un codice d’onore naturale per il quartiere, o la famiglia in cui sono cresciuti, ma con pochissimo a che fare con concetti come la legalità. Spesso vengono da contesti disagiati, cresciuti da uno solo dei genitori (quando sono fortunati), privi di figure di riferimento se non gli amici di strada, in qualche caso di qualche anno più grandi, e già “arruolati”, che diventano mentori. Come Emanuele, il Robinù del titolo, che gestiva la sua zona con rigore, ma proteggendo i suoi giovani adepti, fino al punto di rimproverarli duramente se li vedeva seguire le sue orme. “Non dovete fare quello che faccio io”, diceva.

Parlando della cronaca che fa da sfondo al documentario, da un paio d’anni si combattono delle bande di adolescenti in una guerra che ha provocato oltre 60 morti. “Kalash”, o qualcosa del genere: è questo il modo con cui storpiano l’estensione della loro baldanza, il kalashnikov, come fossero al fronte. In gergo si chiama la “paranza dei bambini”, visto che coinvolge nuovissime leve in grado di rompere il monopolio dei vecchi clan camorristi del mercato della droga. C’è anche chi è in carcere per 16 anni e non ha mai voluto affiliarsi, scegliendo l’indipendenza a oltranza. Una quotidianità che taglia di netto, come un coltello caldo nel burro, la città: dalla periferia estrema al centro, da Forcella fino ai Tribunali e Porta Capuana. In Robinù li vediamo imporre ai turisti di pagare il parcheggio due volte, anche al parcheggiatore (“che non ce l’avete una famiglia, dei figli”, rimprovera l’abusiva al vigile che aveva multato una macchina da lei “controllata”).

Non privo della demagogia in cui talvolta scade il suo regista, il documentario racconta di un mondo a se stante, in cui le responsabilità sembrano sempre di essere di qualcun altro: lo stato, le istituzioni, i clan. In cui gli adulti non di rado giustificano i figli alimentando una catena di comportamenti che sembra impossibile da fermare, con un’economia parallela, arrangiata quando non illegale, come unica possibile speranza. Come comunicare con parenti in carcere? Ecco pronto, con pura arte di arrangiarsi e fantasia, il servizio Testarossa, autogestito ed efficiente.

La concezione del mondo è quella di chi prende ogni tipo di rischio, cerca la bella vita, un tenore esibito che li allontani dall’esempio dei genitori. Il paradosso è che, essendo ragazzi, “se vai in galera per vent’anni, esci e hai tutta la vita davanti”.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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