Ritorno in Borgogna Recensione

Titolo originale: Ce qui nous lie

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Ritorno in Borgogna: recensione dell'agrodolce racconto di tre fratelli e un vigneto di Cédric Klapisch

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Ritorno in Borgogna: recensione dell'agrodolce racconto di tre fratelli e un vigneto di Cédric Klapisch

Cédric Klapisch è diventato grande. Avete capito bene, non i protagonisti dei suoi film sui giovani in viaggio per non crescere veramente, che l’hanno reso una sorta di cantore della generazione Erasmus, con L’appartamento spagnolo e sequel. Proprio lui è diventato maturo, o meglio il suo cinema sempre segnato da una nostalgia che con gli anni diventava rimpianto sterile, quando avevamo perso le speranze e, forse per l’avanzare dell’età di chi scrive, anche il legame emozionale con gli studenti in colocation. In Ritorno in Borgogna dimostra ancora il suo amore per i luoghi, ma ci presenta un trentenne - potrebbe essere proprio il Romain Duris che l’ha accompagnato fino all’ultimo capitolo, Rompicapo a New York - nel momento in cui torna.

L'imminente morte del padre lo porta a tornare a casa, dopo dieci anni in giro per il mondo e un'azienda vinicola tutta sua messa in piedi dall'altro capo del mondo. Ritrova la sorella e il fratello minori, che non sente da cinque anni neanche per telefono, e con cui non è semplice ricombinare tutti i pezzi di un rapporto interrotto. Come dice il titolo originale, la sfida è di trovare quello che li lega, mentre è piombata sulle loro spalle la gravosa responsabilità dell’azienda di famiglia. Continuare o vendere? La risposta passa per una vita personale non semplice, che ognuno dei tre deve affrontare.

Il tempo è al centro del film di Klapisch: non è più quello frenetico di chi passa l’estate a studiare, ma quello necessario al vino per superare la vendemmia e guadagnare struttura, Il tempo che serve per mantenere un rapporto, senza gettarlo via per qualche incomprensione. La grande tradizione del terroir borgognone è fondata su un passato custodito gelosamente nelle cantine, quello dei vini invecchiati e più prestigiosi; si ragiona sul lungo periodo, con la certezza che un domaine sia destinato a durare per sempre. Il tempo è anche quello necessario a recuperare le proprie radici senza rimanerne soggiogato, capendo che alla famiglia naturale si affianca a un certo punto, è nelle natura ciclica della vita, quella che ti sei scelto. Nel suo indagare il senso stesso del concetto di casa, Ritorno in Borgogna non rinvendica un passato immobile, ma la necessità di aprirsi al futuro facendo tesoro di ogni tipo di esperienza.

La Borgogna lega il protagonista in un rapporto di appartenenza reciproca, anche se deciderà di tornare in quell’Australia - non a caso terra novella in più aspetti - che proprio ora che è tornato inizia a chiamare casa. Klapisch aveva raccontato alcuni anni fa la malattia, sullo sfondo dell’anonimato imposto da una grande città come Parigi, mentre questa volta la perdita non è più temuta, ma vissuta, non lasciando altra alternativa se non elaborarla e superarla, senza rimpiangere un passato che non potrà più tornare. Una sfida non facile, quella dei fratelli e del regista stesso, per troppo tempo convinti che “avremo tutto il tempo”: per chiarire, parlare, rinviare.

Ritorno in Borgogna non è un grand gru, ma è un commovente sodalizio fra un padre e un figlio che riesce troppo tardi, il sincero racconto della costruzione di un senso di responsabilità, senza più l’intercessione di chi ci ha messi al mondo. Il momento in cui si interiorizza definitivamente che la vista che ogni mattina ci si propone fuori dalla finestra, che ci sembra ogni mattina diversa, in realtà non cambia più.

Ritorno in Borgogna
Il trailer italiano del film - HD
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