Ritorno a L'Avana – la nostra recensione del film di Laurent Cantet

29 ottobre 2014
3.5 di 5
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Un film sulla libertà e la paura

Ritorno a L'Avana – la nostra recensione del film di Laurent Cantet

Il cinquantenne Amadeo torna a Cuba, da dove era fuggito sedici anni prima. Decide di passare un giorno sulla terrazza dove s'incontrava con i suoi amici, quasi tutti ancora lì: l'oculista Tania, il pittore Rafa, l'operaio Aldo e il "dirigente" Eddie. Qualcuno non c'è più, ma l'amicizia sembra esistere ancora: o è soltanto un'illusione, bruciata come gli ideali mai messi in pratica?

Laurent Cantet, che già apprezzammo per il suo sguardo ravvicinato alle emozioni dei personaggi in La classe, è tornato a Cuba, dov'era stato per un episodio del film collettivo 7 Days in Havana. Con un copione che si avvale di unità d'azione, di tempo e di luogo, ad opera dello scrittore cubano Leonardo Padura, Cantet costruisce un dramma allo stesso tempo privato e collettivo, che guadagna terreno e forma a mano a mano che procede. Perché bisogna ammettere che la partenza non è delle migliori: le scene in cui i cinque ricordano il passato, guardando gli inevitabili album e ricostruendo nomi e persone conosciute un tempo, rispondono troppo allo stereotipo di questo tipo di riunione crepuscolare, al cinema come in letteratura.

A metà film tuttavia alcune scelte artistiche cominciano a pagare: il ricorso a un cast di professionisti (cosa rara per l'autore) regge primi piani e confronti verbali tesi, con una verità drammatica che cesella lo schema in realismo. A questo proposito viene da pensare che, nonostante il nostro doppiaggio italiano sia molto buono, il sapore atmosferico della lingua originale possa aggiungere un ulteriore strato di personalità all'esperienza. Anche l'idea scenica della terrazza accende l'immaginazione e trascende i limiti teatrali della struttura narrativa: il regista sostiene di averla scelta per evitare l'effetto cartolina, ma a nostro parere la sua dimensione di proiezione, di respiro e di libertà, funziona da interessante contrappunto ai temi claustrofobici che si vanno delineando.

Ritorno a L'Avana è sì un film su un fallimento generazionale, ma è anche un racconto molto chiaro sulle conseguenze a lungo termine di una dittatura sulle piccole realtà private. Quelli che all'inizio sono stereotipi, diventano la triste rappresentazione di gabbie, di ruoli mai decisi dagli interessati: integrati ma con molti dubbi, oppure rivoluzionari a metà, spauriti. E su quella terrazza finisce paradossalmente per mancare l'aria, alla ricerca disperata di una boccata di libertà, dal sistema ma anche da noi stessi.




  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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