Ride Recensione

Titolo originale: Ride

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Ride: recensione dell'opera prima di Valerio Mastandrea in concorso al Torino Film Festival 2018

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Ride: recensione dell'opera prima di Valerio Mastandrea in concorso al Torino Film Festival 2018

La storia di un vuoto enorme da riempire, di assenze che tolgono il fiato e costringono a fare i conti con il passato, per cercare di affrontare il futuro riempiendo in qualche modo quei vuoti. Valerio Mastandrea si è trovato varie volte nell’ultimo paio d’anni ad affrontare il tema della perdita, come attore, e per la sua opera prima come regista decide di svilupparlo fino a concentrarsi soprattutto su come reagire al lutto, su come le convenzioni sociali indirizzano all’interno di schemi precostituiti e rigidi il modo in cui ‘sarebbe giusto e accettabile’ comportarsi. Un tema da sempre caro a Mastandrea, quello della libertà di comportarsi seguendo la propria unicità, a partire da una carriera nata più da reazioni istintive che da tecniche accademiche. Il paradosso è che, nello spostarsi dietro la macchina da presa, rischia di imporre ai suoi attori, almeno alla sua protagonista, Chiara Martegiani, qui chiaramente sua alter ego, un’altra convenzione: il suo stile unico di recitazione. Un equilibrio molto particolare fra leggerezza e sofferenza, ironia, sotto forma di scudo protettivo, e disincanto. 

Carolina vive insieme al figlio di dieci anni la vigilia del funerale del marito Mauro, giovane operaio morto in fabbrica. Sono lunghe ore assolate di tarda primavera, ore e spazi da riempire, in cui si alternano parenti o amici come attori che entrano sul palco per mettere in scena, più o meno goffamente, la loro parte nello spettacolo pubblico dell’elaborazione del lutto. Carolina non riesce a lasciarsi andare alla disperazione, al pianto, non si sente a suo agio nei panni dell’addolorata prima attrice della pièce. “Ci sarà la televisione?”, chiede conferma il figlio, a suo modo invece elettrizzato dalla ritualità che gli permette di affermare la sua identità al di fuori di casa.

Quale migliore titolo di Ride, per sintetizzare questa ricerca di equilibrio, portato avanti seguendo tre generazioni all’interno della famiglia di Mauro. Oltre alla moglie, il figlio - sono proprio le scene del bambino con un suo amico le nostre preferite - e il padre, un anziano operaio che vive come gli altri sul mare, in una piccola località del litorale poco lontano da Roma. Renato Carpentieri interpreta la figura più tragica, addirittura shakespeariana, devastata dal senso di colpa per non essere riuscita a imporsi di combattere le giuste battaglie operaie che avrebbero potuto - dovuto - salvare la vita al figlio. Arriva a tormentarlo come incubo iracondo l’altro fratello (Stefano Dionisi), la pecora nera rinnegata, sotto forma di fantasma che lo inchioda alle sue colpe, in uno dei momenti di improvvisa accelerazione brutale in un film riflessivo. Sono i momenti di militanza, o meglio del rimpianto per la sua fine, in un mondo del lavoro ormai sfaldato.

La generosità con cui si è avvicinato alla storia porta talvolta Mastandrea a deviare dall’analisi intima delle temperature del dolore nel privato dell’appartamento, per sottolineare il colore bianco di questa morte; come dice lui stesso, “se farò questo secondo mestiere non potrò ignorare quello che avviene nel mondo intorno a me”.
Tanta carne al fuoco, un percorso ambizioso quello che Mastandrea ha affrontato per il suo esordio, tanto che qualche volta sembra sfuggirgli di mano l’equilibrio fra così tanti ingredienti diversi, nel giocare sull’assenza e sul gravoso ruolo dei presenti di manifestarcela, di raccontarcela in pieno, questa figura che non c’è più. Le cose migliori ci sembrano proprio delle idee visive, registiche, in grado di spiazzare e sintetizzare senza enfasi un’emozione, come un ombrello aperto in casa, offerto a chi ci sta accanto. 

Ride
Il Trailer Ufficiale del Film - HD
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Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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