Regali da uno sconosciuto: recensione del thriller di Joel Edgerton

01 marzo 2016
3.5 di 5
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Esce finalmente in Italia l'ottima opera prima dell'attore, un thriller hitchockiano riuscito e ricco di contenuti.

Regali da uno sconosciuto: recensione del thriller di Joel Edgerton

Gordon e Simon, due vecchi compagni di scuola, si incontrano casualmente dopo molti anni. Il secondo sembra non ricordarsi affatto del primo, ma lo accoglie cordialmente invitandolo a visitare lui e la moglie Robyn nella casa dove si sono da poco trasferiti. Gordo si presenta con regali e gentilezze dalla coppia, ma mentre la donna lo vede di buon occhio e lo considera armato solo di buone intenzioni, la sua presenza un po' goffa e invadente inizia a infastidire il rampante e geloso Simon, che si ricorda che quel tipo a scuola era un po' strano e decide di dirgli di non farsi più vedere. Ma nessuno conosce mai veramente chi ha a fianco e così Robyn inizia a sospettare che dietro le bugie di Gordo, i suoi regali col fiocco e quella che diventa rapidamente un'inquietante persecuzione ci sia qualcosa che non sa e che il marito non vuole dirle.

Ci fa piacere poter dire che è nato un regista. E uno sceneggiatore. Con questo film scopriamo che un attore di fama internazionale come l'australiano Joel Edgerton non è solo un interprete sensibile e intelligente ma anche un cinefilo in grado di maneggiare alla perfezione la scrittura, la messa in scena e la direzione degli attori nel suo primo film. L'autore di The Gift (preceduto dal nostro paese da “Regali da uno sconosciuto”, forse per non confonderlo col film omonimo di Sam Raimi del 2000), infatti non è solo memore della lezione di Hitchcock sulla suspense e sulla minaccia rappresentata dagli oggetti comuni, ma innesta anche nella struttura classica del suo thriller temi inediti e particolarmente rilevanti.

Edgerton dimostra di conoscere benissimo i meccanismi di un genere che necessita di una serie di ingredienti non sempre facili da amalgamare: una storia plausibile, personaggi forti, svolte narrative a sorpresa e un finale beffardo. A differenza di tanti esordienti che cercano di mettere nella loro opera prima il più possibile, finendo per perdere il controllo del materiale, in questo caso l'autore gestisce pochi ma essenziali elementi. Parte da una situazione quotidiana, normale, del tutto riconoscibile, inserisce i suoi personaggi in un ambiente chiuso ma trasparente e quindi nudo e indifeso (la casa in cui vive la coppia) e a poco a poco ci intrappola nel suo gioco, rovesciando più volte le prospettive e i sentimenti che proviamo per i tre protagonisti. E' un gran bene che non abbia dato al suo film il finale alternativo che circola in rete, troppo chiarificatore: noi dobbiamo rimanere col dubbio, lo stesso che attanaglia atrocemente Simon, la cui arroganza e fiducia nelle proprie capacità partono dai presupposti sbagliati.

Le psicologie dei personaggi sono ben delineate e facilitano l'identificazione, puntuali e non spiattellati sono i riferimenti ad altri film (Rosemary's Baby è addirittura omaggiato in un piccolo particolare che non sfuggirà ai più cinefili, occhio all'armadietto dei medicinali) e sapientemente orchestrata l'esecuzione. Il risultato è che in questo film a basso budget, per cui Edgerton si è rivolto alla benemerita BlumHouse, non riusciamo a trovare difetti vistosi nemmeno a cercarli. Perché è ricco di passione, senso dell'umorismo e recitazione di alto livello. Joel Edgerton rende il suo Gordo di volta in volta patetico, aggressivo, pauroso, dolce e degno di compassione, facendone uno stalker con l'anima e non una figura bidimensionale, mentre Jason Bateman in una prova davvero magistrale, fuori dai canoni comici per cui lo conosciamo, sfoggia una performance multiforme senza mai calcare la mano. E' un film in cui gli attori recitano per sottrazione e costruendo il proprio personaggio nello scambio con gli altri, in un'interazione creativa che è un piacere osservare come spettatore. Rebecca Hall, autorevole come al solito, è il pilastro attorno a cui tutti ruota, vittima di dinamiche squisitamente maschili.

Sotto la forma del thriller troviamo in The Gift anche il tema della conseguenza delle proprie azioni e del periodo scolastico come zona franca nella vita dei più (ma non di tutti), dove qualsiasi cosa sia accaduta viene dimenticata e archiviata sotto la voce errori di gioventù. Di fatto questo film piccolo ma elegante, ricco e divertente, ci ricorda il periodo in cui al cinema l'intrattenimento chiedeva anche un coinvolgimento attivo dello spettatore, che non veniva anestetizzarlo da finali precotti e personaggi tagliati con l'accetta. E' per questo che la visione di The Gift è un inatteso regalo, ancora più gradito perché proviene da chi il cinema lo conosce da protagonista e come tale lo ama e lo rispetta.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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