Red: la recensione dell'elettrica fiaba moderna Pixar

07 marzo 2022
3.5 di 5
6

Con Red, dall'11 marzo su Disney+, la Pixar continua a sperimentare col cinema d'animazione e con le sue... frontiere: ecco la nostra recensione del film di Domee Shi.

Red: la recensione dell'elettrica fiaba moderna Pixar

Meilin, tredici anni nella Toronto del 2002, vive per realizzare l'immagine che sua madre Ming ha di lei: prima della classe e indispensabile aiuto nell'impresa familiare, la cura di un piccolo tempio. Intoppo: la pubertà, che travolge Meilin e nei momenti di massimo accaloramento (anche ormonale) la trasforma in un enorme panda rosso, con gran divertimento delle sue inseparabili amiche del cuore. Ma come mai accade un'assurdità del genere?

Dopo aver nel 1995 rivoluzionato la cinematografia (non solo animata) con Toy Story, la Pixar nel 2022 rischia seriamente di vedersi sottratto lo scettro di regina del cartoon in CGI, specialmente dopo che i parenti acquisiti dei Walt Disney Animation Studios l'hanno raggiunta sul piano tecnico... e non solo su quello. Se si pensa al 60° lungometraggio Disney uscito poco tempo fa, Encanto, si incontrano temi non troppo lontani da quelli di Red: il peso delle aspettative, il confronto generazionale, il gemellaggio culturale, lì a distanza con il Sudamerica, qui in una fusione totale tra Occidente e Asia. La cultura cinese e in generale orientale peraltro è stata già ospitata più volte nell'animazione americana negli ultimi tempi: vengono alla mente Il piccolo yeti della DreamWorks e Over the Moon di Netflix, solo per citare un paio di esempi. Né l'idea di un confronto familiare potenziato da una metamorfosi è nuovo nella stessa tradizione pixariana: Ribelle - The Brave nel 2012 giocò su un terreno simile, mettendo per giunta a confronto proprio una madre e una figlia.

Posto quindi che le basi di Red non sono un trionfo di originalità, è tuttavia la sua peculiare esecuzione a lasciare ammirati, al di là del contesto storico che vi abbiamo proposto. Domee Shi, già story artist dai tempi di Inside Out (che si fermava dove Red inizia, dall'arrivo della pubertà), debutta nel lungometraggio dopo l'Oscar per il suo corto Bao, preparandoci un altro caldo raviolo con grande accortezza, dalla sceneggiatura scritta con Julia Cho allo stile che ha infuso nel registro audiovisivo.
Red è un racconto femminista al 100%, senza il freno a mano che notiamo in Brave solo adesso, nel paragone: fino a pochi anni fa, non soltanto una regista come Brenda Chapman si lamentò di aver sopportato il forzato affiancamento di un uomo alla regia, ma il cambiamento nella società, il diverso punto di vista della giovane generazione, doveva ancora passare dalla magia, da un antico espediente fiabesco disneyano. Domee e il suo team invece ingranano la quinta e da subito non fanno prigionieri: il motore narrativo è una metafora fisica. Molto fisica. Al di là di un misconosciuto filmato educativo nel 1946 ("The Story of Menstruation"), un cartoon a marchio Disney non aveva mai parlato di mestruazioni e assorbenti, passando addirittura per una scena di "risveglio dei sensi" esilarante e nemmeno pruriginosa per i più piccoli che guardano. Questa non è più la Pixar che sbalordisce, è la Pixar che sa di dover crescere, non meno preziosa. La rivoluzione nelle tradizioni non passa da prese di coscienza politiche: forse, sembra dirci Red, è un processo naturale, inevitabile come la crescita e lo sviluppo del corpo umano.

Come già successo con Luca, Onward e col suo stesso Soul, il direttore creativo Pete Docter dà senza problemi la stura all'autobiografismo degli autori, a patto che s'impegnino a cercare un'universalità nei loro contesti molto a fuoco. Non è un caso che Meilin sia esattamente coetanea della regista (classe 1989) e che per esempio il taglio dei tormentoni della boy band, il cui mitico concerto è la terra promessa per il gruppo di amiche, fotografi un'epoca non generica, dove trova posto un Tamagotchi (che nel 2002 era in fase calante, a dir il vero, ma accettiamo la licenza poetica). Meilin riconosce il legame con la tradizione cinese che la sua famiglia si trascina, ma avrebbe più voglia d'intonare l'ultima hit del paese che la ospita, e forse è quella la sua forza: vent'anni dopo, Domee Shi crea Red come letterale fusione delle sue due identità.
Fusione tecnica e artistica come non hanno azzardato Onward e Luca, e come ha solo sfiorato Soul: appassionata di manga e anime, Domee Shi ha chiesto agli animatori di riprodurre, pur nella grafica CGI tipica Pixar, le pose rigide, gli scatti e la recitazione grottesca sopra le righe tipici dell'animazione 2D giapponese. Piombata nella tradizione di realismo fantastico disneyano, cresciuta però a Sailor Moon e Ranma 1/2, la regista si fa condottiera di questo scontro/abbraccio tra Occidente e Oriente, con una gestione dei tempi filmici perfetta, aiutata non poco da una colonna sonora molto divertita di Ludwig Göransson.

Red quindi è un grande spettacolo, che potrebbe forse deludere chi si aspetti di essere intenerito da un cartoon: non mancano dolcezza e commozione, ma qui si parla pur sempre di domare, abbracciare o rinunciare al nostro "panda rosso interiore", a quella parte di noi che vorrebbe esplodere e che può fare colossali danni se soffocata. Per quanto il tema non sia nuovo, raramente una domanda è mai stata così nitida: cosa ne vogliamo fare di questo panda rosso? Della passione, del sangue, dell'energia? Le sprechiamo perché le temiamo? E se la domanda nel film ruota esplicitamente sul ruolo della donna, il quesito farà breccia anche nel cuore di qualunque uomo che guardi Red e non si senta stoico e controllato come il saggio babbo di Meilin.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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