Re della terra selvaggia - la recensione del film di Benh Zeitlin

23 gennaio 2013
4 di 5

Un esordio notevolissimo, un fiaba struggente e metaforica capace tanto di guardare all'intimo del cuore di una bambina come a grandi interrogativi filosofici.

Re della terra selvaggia - la recensione del film di Benh Zeitlin

Sembra un’ovvietà, ma se c’è una cosa che recenti disastri naturali (e non) in tutto il mondo hanno riportato di prepotente attualità nell’inconscio collettivo, questa è l’antica contrapposizione tra Natura e Cultura.
Lo Tsunami, il terremoto (a L’Aquila come nel Giappone di Fukshima), l’Uragano Katrina: all’occhio hanno lasciato l’annichilente spettacolo delle macerie, la prepotente devastazione della superbia umana; nella mente il timore, il dubbio, la rabbia e la rassegnazione.
Tutto questo, Katrina compresa, è dentro Re della terra selvaggia, film profondamente, intimamente e sinceramente indipendente che canalizza quello stato visivo e inconscio dentro una fiaba intensa e struggente, dalle stratificate capacità metaforiche.

Nel quadro di un delta del Mississippi allagato, che oltre alla memoria mediatica dell’uragano porta con sé più di qualche reminiscenza (persino tematica) del Conan di Hayao Miyazaki e del Waterworld di Kevin Costner, la storia di Hushpuppy e di suo padre Wink viene raccontata con uno stile che al realismo magico intreccia inestricabilmente suggestioni impressioniste e oniriche, ricco di ellissi felicemente sintetiche e significative. Una storia di una figlia e di un padre alla ricerca della sopravvivenza (del futuro) in un mondo barbaro e ostile.
E se Wink mostra fin da subito avversione per la Cultura, per i vigliacchi che vivono al di là della diga, la sua ossessione per una vita secondo lo stato di Natura sembra non convincere Hushpuppy, sempre in cerca di qualcosa d’altro, di una madre scomparsa, di una dolcezza svanita, di un pezzo mancante, da aggiustare, di un equilibrio da restaurare.

Ecco che allora quella di Re della terra selvaggia diventa anche una fiaba sulla crescita e sull’infanzia nella quale, al pari di quanto avveniva in Nel paese delle creature selvagge, è il confronto con la propria natura intima, con le pulsioni più primordiali, a spingere verso il recupero di un sentimento (tutto femmineo) che della Cultura è declinazione nuova e coerente. Una fiaba che parla del confronto drammatico e impossibile con la Morte: la Morte che è impossibile accettare, né per gli adulti ruvidi e stoici né per i bambini vulnerabili e spaventati. E che eppure accettare si deve, per poter vivere.

Benh Zeitlin, regista giovane ed esordiente, trova in Quvenzhané Wallis e Dwight Henry due interpreti letteralmente straordinari: la prima capace di incarnare l’irrequietezza curiosa e instancabile e la rabbia pura e terrorizzata di cui solo i bambini son capaci, il secondo la disperazione ruvida e furiosa di un adulto altrettanto spaventato. E, insieme, i due sono protagonisti di momenti di inaudita e struggente tenerezza.
Zeitlin, dal canto suo, è capace del tocco spontaneo e mai insistito di chi è in grado di raccontare dall’interno un mondo apocalittico e selvaggio, oscuro e minaccioso. Sempre e invariabilmente bellissimo, nel suo mistero e nelle sue sorprese.
Come la vita.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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