Raymond & Ray: la recensione del film con Ethan Hawke e Ewan McGregor

17 ottobre 2022
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In concorso alla Festa del cinema di Roma c'è anche Raymond & Ray, che arriverà su Apple TV+ il 21 ottobre. La recensione di Daniela Catelli.

Raymond & Ray: la recensione del film con Ethan Hawke e Ewan McGregor

La morte di un genitore è l'occasione, per un figlio adulto, di fare i conti con il lascito che ha ricevuto, l'influenza, gli insegnamenti, le incomprensioni e i rancori legati alla figura scomparsa. Una volta sepolto il defunto, dovrebbe subentrare quella pace che per molti è difficile trovare, perché le ferite, anche quelle involontarie, che vengono inferte ai figli nell'autostima, durante anni fondamentali nella formazione dell'individuo, sono quelle più difficili da sanare. Questo succede già nel caso di genitori presenti e attenti, figurarsi poi nelle famiglie più disastrate, dove al sollievo subentra la rabbia del ricordo. Su questo è incentrato il film di Rodrigo Garcia Raymond & Ray, dove due fratellastri che non si vedono da tempo vengono convocati dopo la morte del padre per il suo funerale. Il primo è posato e razionale, ha sofferto per questo genitore terribile, che li ha umiliati in tutti i modi possibili, ma vuole esserci a tutti i costi, per chiudere la partita. Il secondo, ex tossico, vedovo e promettente musicista jazz che ha abbandonato la musica e in apparenza la vita, è più cinico ma si lascia convincere ad accompagnare il fratello a cui hanno ritirato la patente.

Inizia così un viaggio che parte dalla scoperta delle moltissime cose che non sapevano di questo padre così pesante, dalla sua ultima e più giovane amante, ai fratelli di cui ignoravano l'esistenza, fino alla presenza mella sua vita di un reverendo di colore, presenza insolita per un uomo che si era sempre comportato da ateo ma che nella sua bulimica fame di esperienze aveva voluto provare tutto, incluse le religioni. Violento coi figli non solo nei momenti in cui era preda dell'alcol, ma anche psicologicamente, tanto da averli chiamati con lo stesso nome e da confonderli apposta,  nel testamento quest'uomo terribile chiede loro di scavargli la fossa, letteralmente (i famosi “Six Feet Under”, della cui serie il regista ha diretto alcuni episodi), ed è in quelle circostanze che si ritrova un gruppo variegato di personaggi, in un crescendo di tensione che finisce per esasperare gli animi, durante una giornata piena di colpi di scena.

Forse più che da noi, in America i funerali, almeno come li vediamo al cinema e in tv, hanno una coreografia e un rituale che si prestano agli accadimenti più strani, ma, come avviene ovunque, l'elaborazione del lutto, anche quando non si è coinvolti emotivamente, è mentalmente e fisicamente spossante per i sopravvissuti. Come in quasi tutte le commedie nere, in Raymond & Ray si ride anche, ma è una risata amara, perché Garcia, che è anche autore della sceneggiatura, non risparmia niente ai suoi personaggi, e le rivelazioni proseguono fino alla fine, cambiando forse per sempre le vite di tutti loro.  Le donne sono sempre il punto fermo e il collante nella vita degli uomini di cui sono le vittime: non sappiamo niente delle madri spesso citate da Raymond e Ray, ma conosciamo Lucìa, una donna senza tante sovrastrutture mentali, che ha incontrato il loro padre quando aveva 67 anni e gli ha dato un figlio, e l'infermiera che gli è stata accanto nei suoi ultimi giorni e che sembrano in grado di penetrare nella corazza mentale dei due uomini.

Perché alla fine ognuno, di una persona, conosce solo una parte, la porzione di tempo che ci ha trascorso insieme e perfino i genitori, buoni o cattivi che siano, restano spesso un mistero per i figli. Scritto benissimo e interpretato ancora meglio da Ethan Hawke (soprattutto) ed Ewan McGregor, mentre Maribel Verdù appare disinvolta ma un po' spaesata alla sua prima prova in lingua inglese, Raymond & Ray è uno di quei film che vale la pena di vedere, nonostante le sue imperfezioni. Noi avremmo preferito una conclusione un po' più asciutta, dopo la lunga giornata della sepoltura, senza trascinare troppo il sottofinale che finisce per diluire i molti spunti suggeriti e non del tutto approfonditi. Alla fine viene da chiedersi se Rodrigo Garcia non abbia deciso, magari inconsciamente, di affrontare questo tema in quanto figlio di un padre non terribile come quello del film ma decisamente ingombrante come Gabriel Garcia Marquez (anche lui ha avuto una figlia fuori dal matrimonio e a lungo tenuta segreta), e se quello che fanno Raymond e Ray al funerale non sia un riflesso dei suoi sentimenti. Perché in quei momenti l'amore e l'odio, il dolore e la sofferenza diventano indistinguibili, accentuati dalla presenza della morte che cancella per sempre la nostra possibilità di dire quello che proviamo a chi li ha suscitati.



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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