Radiofreccia: la recensione del primo film di Luciano Ligabue con Stefano Accorsi

16 settembre 2020
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Il rocker di Correggio Luciano Ligabue esordisce nella regia con un bellissimo film sullo smarrimento dei ragazzi del '77 che è anche un atto d'amore verso la musica.

Radiofreccia: la recensione del primo film di Luciano Ligabue con Stefano Accorsi

Ci sono almeno tre monologhi, due dei quali toccanti e indimenticabili, in cui è racchiuso il significato di Radiofreccia e il segreto dei suoi personaggi, ragazzi di provincia che trovano nella radio libera Radio Raptus International uno strumento per la ricerca e definizione della propria identità. Il primo arriva all'inizio, quando un bizzarro e quasi felliniano omino dalla testa pelata dice che la vita non è un film perché ci sono i tempi morti. Ecco, il folgorante esordio nella regia del rocker di Correggio Luciano Ligabue è il racconto di un tempo morto, di una sospensione: di mattine, pomeriggi e sere di un piccolo gruppo di ragazzi di provincia che trascorre molto tempo al bar, che attraversa i campi a bordo di un maggiolino rosso, che si annoia e che soprattutto ha perso un centro. Usciti da due racconti dell'antologia "Dentro e fuori dal borgo", Bruno, Ivan detto Freccia, Boris & Co. somigliano a tanta umanità descritta dal Liga nei suoi primi album, ma, a vederli rappresentati con tanto pathos e tanta partecipazione, quasi lacerano il cuore, e lo lacerano perché sono smarriti, perché - come ci dice il secondo monologo - sono quelli "che non si lasciano stare", quelli che viaggiano senza cartina in un mondo che "è un gran casino" e dove ci sono "le bombe, le utopie, le religioni, il movimento studentesco".

Parlando dei ragazzi del ’77, Luciano Ligabue prova insomma a fare la radiografia di una profonda crisi esistenziale e di una solitudine accresciuta da famiglie inesistenti, dove il padre è spesso ancora padrone mentre la madre si diverte con altri uomini. E infatti lo smarrimento, nel film, è squisitamente maschile. Del resto, per Luciano, le donne sono (e sono sempre state) coloro che sanno "chi paga davvero" e "quand'è primavera”, e che quindi hanno una forza innata dentro che si mescola a uno straordinario mistero.

In Radiofreccia le donne sembrano cominciare ad accorgersi del loro diritto alla libertà e a negarsi a un uomo innamorato o addirittura a permettersi tradire un neosposo. A metà fra le androgine ragazze della swinging London e le morbide bellezze anni '50, vanno avanti indomite per la loro strada, lasciando che a prendersi cura dei ragazzi che non vedono un orizzonte e accettano di malavoglia il posto fisso sia la sola grande madre possibile: la musica. Radiofreccia, da film di un cantautore, è ovviamente anche un omaggio alla musica, ai Rolling Stones, ai Pink Floyd, a David Bowie, a Lou Reed e ad Elvis, la cui "Can't help falling in love" accompagna il funerale di Freccia. E Freccia, in fondo, è il simbolo della generazione che Radiofreccia ci mostra. Freccia è l'eroe/antieroe del gruppo, il ragazzo che non ce la fa, che impazzisce per un rifiuto. Freccia, infine, è la voce che nella notte ci regala il terzo monologo del film, dedicato al buco dentro che "il rock’n roll, qualche amichetta, il calcio, qualche soddisfazione sul lavoro, le stronzate con gli amici" la maggior parte delle volte riescono a riempire, ma non sempre succede, perché ci sono altri buchi, i buchi dell'eroina, droga "seria" scelta in apparenza per noia ma in realtà per debolezza.

Alla potente scorrevolezza della sceneggiatura di Radiofreccia corrisponde una grande fluidità registica. Aiutato da Antonello Grimaldi, Luciano Ligabue sorprende con un bellissimo piano sequenza nella parte iniziale con alcuni personaggi sorpresi nel Bar Laika e, qua e là, con il ricorso al surreale. Il film è energia e malinconia, e Stefano Accorsi, che viene dall’Emilia Romagna come il Liga, si muove con disinvoltura fra l'una e l'altra. E’ lui l'anima della storia, in cui il regista non manca di inserire Francesco Guccini, del quale, a un certo punto, sentiamo in sottofondo "Incontro". I versi finali del brano ci rimandano al grande interrogativo sul senso della vita che tormenta sia Bruno e suoi amici sia, forse, il nostro Luciano. Vale la pena ricordarli: "E pensavo dondolato dal vagone, cara amica il tempo prende, il tempo dà, noi corriamo sempre in una direzione, ma qual sia e che senso abbia chi lo sa. Restano i sogni senza tempo, le impressioni di un momento, le luci nel buio di case intraviste da un treno. Siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno”.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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