Quello che so sull'amore - la recensione del film di Gabriele Muccino

09 gennaio 2013
2.5 di 5

Lontano da Will Smith e da una storia che non ha scritto di suo pugno, Gabriele Muccino si perde e fa fatica ad appropriarsi dei toni e dei modi della commedia romantica.

Quello che so sull'amore - la recensione del film di Gabriele Muccino

Anche se non ama fare il maestro di cinema e per mettersi alla prova ha deciso di confrontarsi, su territorio squisitamente hollywoodiano, con i guru dei grossi Studios, Gabriele Muccino ha sempre avuto un suo tocco personalissimo e inconfondibile. Nonostante alcuni aggiustamenti che lo hanno portato a un ritmo del racconto meno forsennato, il suo stile è rimasto, perfino nell'impietosa landa dei difficili final cut, perfettamente riconoscibilie, seppure stemperato dall'influenza di certo pragmatismo e ottimismo di provenienza nordamericana.

Con la lezione del melò nostrano in mente e la collaborazione di Will Smith, nei suoi film americani Muccino è riuscito a ritrarre con accuratezza uomini capaci di cambiare, maturare, espiare o semplicemente riconquistare dignità e affetti perduti.
Certamente anche il George Dreyer di Quello che so sull'amore rientra in questa categoria di persone in cerca di riscatto, ma, a ben guardare, il suo percorso verso un atteggiamento più adulto e consapevole appare un po' scontato e viene descritto dal regista con una scarsa partecipazione che non dipende solamente dalla mancata collaborazione alla sceneggiatura.

La verità è che Muccino si è trovato a dirigere un film che gli sfuggiva continamente di mano, uno strano ibrido segnato da un lato dal suo tentativo di inserire momenti topici e scene drammatiche e dall'altro dalla volontà della produzione di girare una commedia che fosse solo romantica.
Questa disomogeneità putroppo si vede, così come risulta evidente la scarsa predisposizione dell'autore de L'ultimo bacio per le rom-com in stile “amore istruzioni per l'uso”.
Dove Muccino avrebbe dovuto insistere è nella descrizione di quella provincia americana che, quando gli è stato presentato il progetto, si premurava di raccontare. Forse avrebbe potuto, per esempio, scavare nella solitudine di quelle madri che aspettano i tornei di calcio per sfoggiare messe in piega e tacchi a spillo o di quei padri che, come il personaggio di Dennis Quaid, proiettano su figli ben più maturi le proprie ansie di rivalsa. Con un materiale attoriale di tanta importanza (da Uma Thurman a Catherine Zeta-Jones, passando per Jessica Biel), si poteva fare molto di più.

Di Quello che so sull'amore ci piace invece la descrizione del rapporto fra il protagonista e suo figlio, e questo perché il regista deve aver attinto dalla propia personale esperienza.
Anche Gerard Butler funziona, con quel suo sorriso sornione, lo sguardo furbo e l'aria da ragazzone impertinente.
Il terzo film statunitense di Gabriele Muccino, insomma, non merita le stroncature avute dalla critica americana. A noi è sembrato un normale prodotto di intrattenimento, magari non memorabile, ma perfetto per chi, magari nelle domeniche di pioggia, desidera essere divertito e rassicurato.
Dal prossimo Muccino, però, vorremmo molto più di questo.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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