Quando un padre - la recensione del film con Gerard Butler

24 maggio 2017
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Un family movie drammatico, con qualche piccolo scarto rispetto ai codici del genere, per il versante più sentimentale del popolare attore.

Quando un padre - la recensione del film con Gerard Butler

Dane Jensen è un padre di famiglia assorbito dal suo lavoro di cacciatore di teste, ovvero procacciatore di personale per le grandi aziende, che svolge con assoluta mancanza di scrupoli e che gli dà continue scosse di adrenalina. La società in cui è impiegato è presieduta da un boss che stimola un’accesa competitività tra i suoi dipendenti. La moglie si lamenta della routine e della sua assenza e in questa precaria situazione il figlio più sensibile, che sogna di fare l'architetto, si ammala di una forma di leucemia.

Quando non è occupato a salvare il mondo dagli attacchi terroristici, Gerard Butler ama mostrare il suo lato più soft in film dove si parla di famiglia e sentimenti. Appartiene a questa metà della sua carriera (e della sua personalità) Quando un padre, debutto alla regia del produttore Mark Williams. L’amante del genere strappalacrime in questo caso non resterà deluso, anche perché, nell'attesa prevedibilità degli eventi tipica del filone, gli autori sanno inserire spunti interessanti che arricchiscono la classica trama di questo tipo di storie. Scritto da Bill Dubuque (The Accountant), Quando un padre riesce onestamente a catturare lo spettatore e intrattenerlo per 108 minuti grazie alla qualità degli interpreti e di questi piccoli cambiamenti nel canone del genere.

Butler sembra nato per interpretare un personaggio come Dane Jensen, che ha molte corrispondenze con la personalità esuberante e virile, al limite del machismo, dell’attore scozzese, caratteristiche che al cinema lo hanno promosso interprete ideale dell’homo americanus. Qui è un padre di famiglia vecchio stampo, con una spregiudicatezza tutta moderna ma con valori anni Cinquanta, un uomo che mantiene moglie e figli ma non tollera intromissioni nella gestione delle cose e sacrifica la sua vita intima e sessuale all’adrenalina della competitività. Proprio a proposito dei piccoli scartamenti dai soliti binari di cui dicevamo, non capita spesso di vedere nei film americani ordinarie scene di vita coniugale in cui una coppia in camera da letto parla della sua deludente vita sessuale o durante un pranzo di famiglia si rinfaccia in una lite violenta i rispettivi sacrifici.

Sono questi gli elementi più interessanti del film, grazie anche alla buona alchimia tra Butler e Gretchen Mol nel ruolo della moglie bella e un po’ sfiorita, molto credibili come coppia. A questo si aggiunge l’ambientazione: la città di Chicago con le sue avveniristiche architetture, inserite nella trama del film con molta efficacia, permette al rapporto tra padre e figlio, distrutto dal caos irrazionale della malattia, di ricostruire un ordine grazie all’espressione di una razionalità umana portatrice di pace e bellezza. In un cast di buon livello, con una partecipazione volante di Willem Dafoe nel ruolo del boss, c’è anche l’ottimo Alfred Molina, in unas parte molto diversa da quella del regista Bob Aldrich nel televisivo Feud – Betty and Joan, al solito ottimo nella caratterizzazione di un personaggio buono ai limiti dell’ingenuità a cui ci si affeziona immediatamente.

Il resto sono corse all’ospedale, speranza e disperazione e un invito a fermarsi e a pensare a quello che facciamo per vivere e che forse potremmo forse fare in modo migliore e più etico. Una morale ottima per un film americano, un po' più difficile da mettere in pratica di questi tempi. Ad ogni modo, come si usava dire un tempo: preparate i fazzoletti.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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