Quando la notte - la recensione del film di Cristina Comencini

07 settembre 2011
1.5 di 5
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Ci sono film che prendono le mosse da temi che possono essere interessanti, ma che, magari dopo qualche primo buono spunto, finiscono vittime di loro stessi e dei canoni del cinema più scontato.

Quando la notte - la recensione del film di Cristina Comencini

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Quando la notte - la recensione del film di Cristina Comencini


Ci sono film che prendono le mosse da temi che possono essere interessanti, ma che, magari dopo qualche primo buono spunto, finiscono vittime di loro stessi e dei canoni del cinema più scontato.
Quando la notte, film di Cristina Comencini al quadrato, in quanto adattamento di un romanzo della stessa regista, è uno di questi.

Nella sua prima parte, quella che vede i due protagonisti Pandolfi e Timi separati e paralleli, Quando la notte tocca una questione femminile delicata e controversa come quella della non automatica attitudine naturale alla maternità con dinamiche interessanti. Nonostante un'eccessiva solennità un po’ fuori luogo e una ridondanza di contenuti, la Comencini restituisce con discreta efficacia il senso di fatica, ansia e frustrazione provato dalla sua protagonista, e riesce a raccontarne le radici gettate nelle aspettative su sé stessa più che da quelle degli altri.
Scomodo e un po' ossessivo, questo ragionamento del film però viene progressivamente messo in crisi e banalizzato col procedere della narrazione. Paradossalmente, dato che proprio le brusche reazioni del personaggio della Pandolfi ai problemi col figlioletto porteranno alla tensione morale e sessuale con quello di un Timi sempre troppo in cagnesco.

Pur rimanendo filo rosso, nelle intenzioni della Comencini, il tema di partenza sbiadisce e si affossa sotto il peso di un progressivo slittamento verso i canoni più abusati del melò strappalacrime.
Marina e Manfred, infatti, tenderanno allo spasimo il loro legame, tra didascalici discorsi tra donne fatti nella cucina di un rifugio e stereotipati conflitti fra fratelli, lasciando che l'inevitabile abbracciare la dimensione materna da parte di lei capiti improvviso come uno schioccar di dita, frutto di improbabili e subitanee illuminazioni e non di ragionati percorsi. Così, la problematica che sembrava primaria cade nel dimenticatoio, sostituita da un amore reso impossibile dai caratteri, dai luoghi e dalle tempistiche.

Quando la notte si abbandona progressivamente a dei modi di scrittura e regia che restituiscono dialoghi e situazioni da umorismo involontario, ma non è realmente questo il problema. È che la femminista Comencini, per amor di una strana concezione dell'arte, abiuri prima il suo tema madre e poi racconti un travaglio al femminile che pare frutto di una concezione della donna che si supponeva passata, fortunatamente, di moda.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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