Qualcosa è cambiato: recensione della commedia con Jack Nicholson ossessivo compulsivo

20 agosto 2020
4 di 5

Qualcosa è cambiato è un film irresistibile in cui l'elemento comico si mescola alla malinconia e all'amarezza di personaggi che devono scendere a compromessi.

Qualcosa è cambiato: recensione della commedia con Jack Nicholson ossessivo compulsivo

Una delle chiavi di lettura della straordinaria commedia Qualcosa è cambiato sta nel titolo originale As Good As It Gets, che allude al massimo che si può ottenere, o al meglio che si può avere, in una specifica situazione o nella vita. L'espressione idiomatica racchiude quindi in sé l'accettazione di un compromesso, di un'imperfezione, di una impossibilità finanche minima di raggiungere la felicità da Mulino Bianco. Alcuni ce l'hanno a portata di mano questa felicità, osserva a metà film il personaggio di Jack Nicholson, e sono quelli che hanno storie personali bellissime da raccontare, piene di barchette e di ciambelle. I tre protagonisti della rom com di James L. Brooks appartengono invece a un altro mondo, che poi è la categoria di chi si deve accontentare di una temporanea tranquillità o di una placida serenità. Sono insomma come le crepe dei marciapiedi che Melvin Udall cerca di evitare, e questo rende Qualcosa è cambiato, oltre che buffo, sottilmente malinconico.

Visto così, il film del 1990 che regalò l'Oscar sia l'impareggiabile Jack che alla dolce Helen Hunt, acquista un sapore amarognolo e rivela una profondità che alcuni, rapiti dalla vis comica di Nicholson, forse non hanno notato. Sono tristi i destini di Carol la cameriera alle prese con un figlio affetto da asma cronica, dell'artista gay Simon che si ritrova senza un dollaro e il viso e il corpo martoriati per via di un'aggressione, e dello scrittore razzista, sessista e soprattutto un po’ malato di mente Melvin. Ma siccome la miglior commedia nasce dal dramma e dal tentativo di esorcizzare il dolore, ecco che Qualcosa è cambiato funziona a pieno titolo come film da ridere, anche perché regista e sceneggiatore hanno dato ai loro tre looser una concreta di possibilità di evolvere, previa assunzione di farmaci nel caso di Melvil. Nell'osservare quest'ultimo al giorno d'oggi, ci divertiamo di più rispetto a quando il film è arrivato in sala, perché il disturbo ossessivo compulsivo di cui soffre caratterizza un po’ tutte le nostre vite. Chi di noi, per esempio, prima di fare la valigia, non scrive una lista degli indumenti da portare e non li dispone sul letto?

Il perfido signor Udall cavalca queste nevrosi, e ha la fortuna di avere a disposizione battute sensazionali, oltre a un'arma che solo chi non ha tutte le rotelle possiede e manifesta: la sincerità. Melvil è un po’ un fool shakespeariano a cui qualcuno ha fatto un'iniezione di cinismo e sarcasmo. In epoca contemporanea, un personaggio che se la prende con gli omosessuali e le minoranze etniche, e che definisce orgogliosamente le donne una variante degli uomini senza ragione né responsabilità, forse nemmeno troverebbe spazio in una sceneggiatura. Meno male, allora, che è esistito, e che qualcuno ha avuto l'intelligenza di affidarlo a un attore dalla presenza scenica e dal carisma monumentali. Non c'è scena in cui Nicholson non sia al top (le migliori restano quelle con il cagnolino Vernell), e il suo misantropo è una versione magnificamente sofisticata ed elegante di Scrooge, perché il nostro abita in uno splendido appartamento di New York, suona il piano e ha il dono della scrittura.

James L. Brooks, però, sceglie di non precipitare la sua creatura in una spirale di rabbia e rancore, ma di trasformarla un po’ in meglio. Fa bene? Probabilmente sì, altrimenti non rispetterebbe le regole fondamentali del genere sentimentale. Eppure confessiamo che lo avremmo voluto vedere, forse per amor di verità, appena più in preda delle sue ossessioni. E invece no, perché a un certo punto Melvil deve diventare solo leggermente diverso da Carol, e la diversità qui, funziona da collante fra gli innamorati. Del resto, senza posizioni opposte o schermaglie, Cupido non può scagliare la sua freccia. A unire Carol e Melvil, tuttavia, è anche Simon, ben interpretato da Greg Kinnear. Perfino il suo personaggio fa morire dal ridere, seppur involontariamente. E’ lui più degli altri la personificazione della resilienza, del lato triste della storia.

Altri due personaggi ci piacciono un mondo in Qualcosa è cambiato, che ha potuto contare su 50 milioni di dollari di budget: il cagnolino Vernell e Frank Sachs, l'agente di Simon. Il primo è vispo, tenerissimo, ben addomesticato e adorabile perché scatena in Melvil il cambiamento. Il secondo appare poco, ma quando c'è, grazie all’esuberanza e all'energia di Cuba Gooding Jr., non ha niente da invidiare ai suoi compagni di scena. Infine, il film contiene felicemente il complimento più bello che un individuo di sesso maschile possa fare a una donna: mi fai venire voglia di essere un uomo migliore. Chi di voi lo ha fatto o ricevuto almeno una volta nella vita?



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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