Berlinale 2013: Promised Land - la recensione del film di Gus Van Sant

09 febbraio 2013
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Ci sono film la cui complessità è maggiore di quel che uno sguardo superficiale può suggerire. E ci sono film che, per via del nome del loro regista, suscitano aspettative non sempre legittime.

Berlinale 2013: Promised Land - la recensione del film di Gus Van Sant

In Concorso.

Ci sono film la cui complessità è maggiore di quel che uno sguardo superficiale può suggerire. E ci sono film che, per via del nome del loro regista, suscitano aspettative non sempre legittime.
Promised Land è uno di questi film, in entrambi i casi. Il nuovo film di Gus Van Sant prende le mosse da passioni e dilemmi etici e civili che, questa volta, non hanno nulla che vedere con le questioni di gender (o forse anche sì, in senso ampio) ma che in ogni caso non dovrebbero essere considerate con un occhio diverso.

Nato da un soggetto di Dave Eggers sceneggiato da Matt Damon e John Krasinski, anche protagonisti, Promised Land tratta della controversa pratica del fracking, quella tecnica d’estrazione di gas naturali che diverse grandi compagnie mettono in atto sul suolo americano e che presenta numerose controindicazioni, anche gravi per la salute degli umani e della natura, che l’han fatta finire nel bersagli degli ambientalisti. Ma il tema, che poteva tranquillamente essere un altro, perché il cuore del film è nel dilemma di un protagonista e di una comunità.

Nel raccontare lo scontro tra due posizioni avverse, quella di un corporate-man incaricato di convincere una piccola comunità agricola a dare il via alle trivellazioni sul loro territorio e un ambientalista giunto sul posto per persuadere i locali a non cedere alla sirena del denaro facile in camnio della salute loro e della loro terra, Gus Van Sant evita le posizioni più intransigenti e barricadere, scegliendo un approccio moderato e quasi laico che mira a coinvolgere direttamente le scelte e le coscienze di chi guarda, chiamato ad immedesimarsi con coloro che devono prendere una decisione difficile.

Quella del regista di Portland, però, non è affatto pavidità, né una poco calzante scelta centrista.
Come in Milk, la classicità dello stile ha una precisa strategia comunicativa attraverso la quale non si nasconde più di tanto il punto di vista soggettivo dell’autore sulla specidifca questione (anche perché un colpo di scena finale spinge a rivedere i termini del conflitto, o perlomeno le loro determinazioni più puramente ideologiche) ma si esalta invece il recupero della centralità del pubblico, dell’elettorato, della società. Riuscendo al tempo stesso a toccare valenze più ampie del semplice argomento del contendere, gli atteggiamenti di tutta una nazione.

Ecco che allora la grande abilità di Van Sant di ritrarre mondi, ambienti e volti, trova nelle carrelate quintessenziali dell’America rurale il senso di un ritratto evocativo che è un’esortazione ad abbandonare l’autoimposta marginalità, che invita a rifiutare le verità preconfezionate (di un segno e di un altro) e a tornare a ripartire dalle fondamenta, dalle radici. A resettare, nel nome di una purezza che non è solo quella dell’ambiente ma del pensiero, dell’etica, dell’idea stessa di una Nazione che Terra Promessa lo era, non lo è più, ma che può tornare ad esserlo.

In questo, e nei dettagli, sta la forza di un film equilibrato e necessariamente retorico, dove la passione e l’impegno nella scrittura dei due protagonisti si ritrova anche nelle loro funzionali interpretazioni.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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