Prometheus - la recensione del film di Ridley Scott

12 settembre 2012
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Visivamente affascinante, il film soffre per la storia ambiziosa cui manca carattere e coraggio.


Alien e Blade Runner. Meglio citarli subito e non pensarci più. Qualunque recensione di Prometheus non farà a meno di ricordare al lettore che Ridley Scott è il padre della science-fiction moderna per aver diretto nel 1979 e 1982 quei due capolavori. Star Wars, senza offesa, è in un altro casellario. E dopo un’attesa lunga 30 anni, il regista inglese è tornato al genere che ha fortemente sentito la sua mancanza. Il livello di aspettativa su questo film era dunque molto alto.

Sin dalle prime immagini si annuisce inconsapevolmente di fronte all’allestimento dello spazio. Non quello al di là dell’atmosfera. Lo spazio nel singolo quadro, la profondità di campo, le distanze tra gli elementi. Scott è un maestro nel riempimento degli spazi, il senso dell’inquadratura è una dote naturale che lo favorisce nella gestione di paesaggi sconfinati o di scene di massa. La fantascienza, fatta di infinito, di silenzi, di futuro, si presta a meraviglia alla sua visione. Prometheus è un appagante viaggio per gli occhi (non necessariamente in 3D) grazie anche all’ammirevole lavoro di design. È la storia a peccare di qualche ambizione di troppo.

Il film apre su un essere alieno di sembianze umanoidi che in cima ad una cascata ingurgita un liquido nero. Poco dopo il suo corpo si disgrega mentre il reparto degli effetti speciali ci accompagna all’interno del suo avambraccio dove tra vene e tessuti in decomposizione, si riesce a distinguere la struttura elicoidale del DNA. Un suicidio? Un sacrificio? Cosa ha versato l’umanoide di se stesso nella cascata, un virus di morte o una linfa vitale? La storia di Prometheus spalleggia la tesi della Panspermia, secondo cui i germi della vita sono sparsi per l’universo e attecchiscono su un corpo celeste quando trovano le condizioni opportune. Andando oltre, il film racconta di una missione spaziale alla scoperta delle origine della razza umana. Niente discendenza dalle scimmie, piuttosto una specie simile alla nostra che ha impiantato la Terra con il proprio DNA. Di quella spedizione, composta da alcune persone e da un androide, c’è chi lo fa per la scienza, chi per i soldi, chi per chiedere a questi “Ingegneri” creatori degli umani il segreto dell’immortalità.

I due sceneggiatori, tra cui Damon Lindelof di Lost, sembra che lancino il sasso per nascondere la mano. Raccontare una storia sull’origine dell’umanità è uno stimolante esercizio creativo, ma affinché non resti un esercizio le domande non devono superare le risposte. A meno che non si stia guardando 2001: Odissea nello spazio. Il fascino del soggetto di Prometheus non arriva fino in fondo, complici anche Noomi Rapace e il suo personaggio che insieme soffrono del maggiore carisma degli altri attori, tra i quali l’ipnotico Michael Fassbender. È troppo poco godere soltanto di un’estetica a tempo determinato per il ritorno alla science-fiction di Ridley Scott, senza riuscire a portare con sé dopo i titoli di coda né l’etica filosofica di Blade Runner, né l’esperienza terrorizzante di Alien.



  • Giornalista cinematografico
  • Copywriter e autore di format TV/Web
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