Principessa Mononoke - la recensione del film di Hayao Miyazaki

07 maggio 2014
4.5 di 5
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Non una fiaba, ma un racconto epico, crudo e visionario da riscoprire

Principessa Mononoke - la recensione del film di Hayao Miyazaki

Quando il suo villaggio Emishi è attaccato da un enorme cinghiale posseduto e mostruoso, il principe Ashitaka è costretto a eliminarlo, venendo contagiato dalla misteriosa aura mortifera che avvolgeva la bestia. Secondo l'oracolo, per salvarsi dovrà viaggiare verso ovest. Nel tragitto, diventa perno semivolontario di un conflitto frontale tra gli spiriti della foresta e una città degli uomini, dedita alla lavorazione del ferro e delle armi. Qui conoscerà San, una ragazza adottata dallo spirito lupo Moro e soprannominata "Mononoke", letteralmente "spirito di vendetta".

Principessa Mononoke del 1997, ora riproposto da Lucky Red nelle sale italiane con un nuovo doppiaggio, è uno dei film più aspri e cattivi che Hayao Miyazaki abbia scritto e diretto. Appena nove anni prima, due bambine si erano unite allo spirito della terra Totoro, in totale armonia e ingenuità. Già dai primi minuti di Principessa Mononoke, si comprende che il percorso privato dell'uomo con la natura è diventato scontro epico, che non risparmia visioni orrorifiche, morte, rappresaglie, orgogli ottusi e violenza.

Anche se il film è intitolato alla ferina Mononoke, che incarna nel ruolo e nelle precise animazioni dello Studio Ghibli l'anello di congiunzione tra essere umano e creato, il vero protagonista della vicenda è Ashitaka. La sua ricerca di mediazione è l'aspetto più affascinante del racconto ideato da Miyazaki, che immerge il suo eroe in una ricostruzione d'epoca piuttosto precisa (si parla del periodo Muromachi): Ashitaka vive la semiestinzione degli Emishi, sentendosi quindi lontano dalla società umana, ma allo stesso tempo mantiene una sufficiente fiducia nell'uomo tanto da saper ascoltare le ragioni anche dei peggiori.
In un contesto in cui persino i mitici samurai hanno perso un codice d'onore, Ashitaka si scopre diviso in una toccante scena: il capo della città, la cinica Eboshi, gli rivela che il ferro estratto dalla città è usato per costruire armi, ma allo stesso tempo un lebbroso lo prega di perdonarla, perché è stato salvato da lei nel momento del bisogno. D'altronde nemmeno sul fronte opposto, nel mondo della natura, le idee sono chiare, e gli impeti irrazionali di tragici personaggi come il cinghiale cieco Okkoto sono sacrifici privi di senso per intere comunità, cosa che vale in parallelo per la leadership fredda di Eboshi.

Ashitaka è sicuro soltanto della necessità della pace, è l'unico principio al quale risponde, in un atteggiamento super-partes che non diventa mai menefreghismo, ma anzi sprona gli spettatori a comprendere il bene dell'equilibrio, soffrendo per ottenerlo. Ashitaka combatte per tutto il film con il morbo contratto dal demone, una piaga purulenta che da un lato richiama una vera metastasi, frutto di un inquinamento ambientale, ma dall'altro è il simbolo di un disagio sociale: il braccio malato uccide, decapita e cerca la morte altrui, perché in Principessa Mononoke (e in tutto Miyazaki) non c'è differenza tra gli equilbri spezzati in natura e gli squilibri di guerre fratricide e conflitti civili.

Tra sangue, materia organica indecifrabile, spettacolari battaglie corali, luci mistiche, spiriti e demoni giganteschi, Miyazaki raggiunge un climax visionario e personalissimo, qui più che mai retto dalla varia e mai banale colonna sonora di Joe Hisaishi. Forse la durata di oltre due ore appesantisce leggermente l'esperienza, e Principessa Mononoke non ha a nostro parere la stessa carica di spettacolare semplicità di un Kiki o di un Totoro, ma il suo debordare narrativo e visivo è, ancora e sempre, frutto di un'inestimabile e contagiosa generosità creativa.
 


 

Principessa Mononoke
Il trailer italiano del film di Hayao Miyazaki - HD


  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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